Terzo Congresso Internazionale di Studi Matriarcali di St. Gallen



DI ST. GALLEN (12-15 maggio 2011)

di Monica Di Bernardo

Si è svolta a San Gallen, in Svizzera, in occasione del "Congresso Internazionale di Studi Matriarcali" organizzato dall'Accademia per i Moderni Studi Matriarcali (Hagia), che compie quest'anno i venticinque anni di attività, una tre giorni di incontri e conferenze sulle società matriarcali. Il tema centrale intorno a cui ruotavano i vari interventi è stato il motto del convegno "The time is ripe", i tempi sono maturi: maturi per mettere in atto un cambiamento sostanziale delle strutture organizzative della società in cui viviamo, prendendo ad esempio le civiltà matriarcali che considerano il materno e le madri il centro della vita. Consapevoli del fatto che siamo a un "punto di svolta" e viviamo una crisi epocale, che ha messo in seria difficoltà il sistema dominante capitalistico-patriarcale, il quale sta cedendo sotto i colpi inferti dalla crisi finanziaria, ecologica, dell'immaginario e, potremmo dire, di civiltà, ci si è confrontate/i su come le società matrilineari potrebbero essere una possibile risposta alle istanze di cambiamento.

Difficile raccontare l'atmosfera che si respirava nella cittadina svizzera, quel che si può dire è che si aveva la sensazione di affrontare temi importanti, che hanno a che fare con la nostra stessa sopravvivenza, consapevoli di un'urgenza: cambiare lo stato attuale di cose. Nelle stanze dell'auditorium che ospitava le/i partecipanti, trasformate dai coloratissimi goddess banners dell'artista Lydia Ruyle che addobbavano la sala, molte relatrici, provenienti da varie parti del mondo, si sono susseguite sul palco, per raccontare come si vive in quelle società in cui i valori materni sono rimasti sempre al centro, intorno a cui ruota la vita dell'intera comunità, o per condividere "buone pratiche" di cittadinanza attiva, proposte e percorsi per uscire dal vecchio sistema capitalista-patriarcale.

Erano presenti molte delegazioni di donne, europee e non, riunite insieme per elaborare risposte concrete, non limitandosi a teorizzare "un altro mondo possibile" ma mettendolo in atto, realizzandolo in mille modi diversi, che vanno dalla gestione partecipata di orti cittadini, alle azioni di guerrilla gardening, alla condivisione di un modo diverso di produrre energia, o di coabitare, o di donarsi reciprocamente, rispondendo ai bisogni di tutte/i e di ciascuno. Ma anche provando a produrre energia in modo alternativo, attivando l'acquisto etico e costruendo relazioni economiche "altre": gruppi e reti di economia solidale, insomma attivando istanze di cambiamento anche qui nella vecchia Europa dove il sistema patricarcale-capitalistico è nato e si è consolidato. Certo molto abbiamo da imparare dalle nostre sorelle e fratelli indigeni, le cui civiltà abbiamo devastato e smantellato, sotto la bandiera della presunta civilizzazione, maschera del colonialismo. E lo stesso continuiamo a fare ogni giorno, pretendendo di estendere il sistema globalizzato, considerato la panacea di tutti i mali, in tutto il pianeta ed eliminando progressivamente le economie contadine fondate sulla sussistenza.

Gli incontri con le donne indigene sono stati particolarmente emozionanti. Sono intervenute diverse rappresentanti di comunità matriarcali nel mondo: Indiani d'America, Yuchiteca del Messico, Khoesan del Sudafrica, Khasi dall'India, comunità filippine, Nashira dalla Colombia, tutte portatrici di un'idea nuova e rivoluzionaria, un'idea che possiamo a buon diritto definire matrifocale o matrilineare o anche gilanica, ma che le donne di Hagia preferiscono denominare "matriarcato", interpretando questa parola secondo l'accezione delle filosofa tedesca Heide Goettner-Abendroth, che è la fondatrice dell'Accademia Hagia, secondo l'etimologia greca "inizio dalla madre", intendendo che occorre "cominciare dalle madri", nel senso che i valori a cui la nuova società deve ispirarsi sono quelli materni: prendersi cura, essere orientate/i ai bisogni, al dono, rispettare tutte le creature viventi, l'uguaglianza tra i generi e operare per il mantenimento della pace.

Il percorso in cui il seminario si è poi articolato ha approfondito in particolare alcuni aspetti: i fondamenti della politica matriarcale, l'economia di sussistenza (attraverso l'intervento di Veronika Bennholdt-Thomsen), l'economia del dono (Gen Vaughan), la politica matriarcale e le visioni possibili per una nuova società (Heide Goettner-Abendroth), fino ad arrivare a proposte ed esempi pratici di società egualitarie e pacifiche, costruite secondo i principi del matriarcato (Ina Pretorius – Christa Muller).

Particolarmente interessante è stato l'intervento dell'economista Gen Vaughan, autrice del testo Per-donare. Una critica femminista dello scambio, che ha ricordato come sia necessario riappropriarsi dell'atto del donare, stravolto dal sistema capitalista.  L'altruismo, infatti, è innato in noi e tuttavia non ricordiamo che sin da piccolissimi ci viene insegnato dalla madre a donare e prendere. Il donare in modo disinteressato si protrae per tutta la vita. La comunicazione stessa è un dono, è un modo per far  vedere all'altro che percepiamo la sua presenza. Questo modello è stato stravolto dal mercato, i doni sono stati trasformati in qualcosa che genera profitto e l'atto del dono è stato assunto da istituzioni patriarcali, come la chiesa, ed è diventato sacrificio.

Abbiamo bisogno, le ha fatto eco Veronika Bennholdt-Thomsen nel suo intervento, non solo di un nuovo ordine economico ma di nuovi valori sociali: un contratto sociale che riconosca i valori del vivere insieme, del rispetto della natura, che si orienta al dono materno, che è naturale. Questi valori sono centrali nelle società matriarcali, perché ogni essere umano, uomo e donna, sa curare in modo materno. Non c'entra la biologia, qualsiasi uomo o donna sa farlo.

Infine ha parlato della necessità di un ritorno all'economia di sussistenza che dovrebbe cominciare dal cibo, da ciò che ci garantisce la vita. Queste domande andrebbero affrontate in ambito regionale, locale, in modo da organizzarsi per far circolare i prodotti in un contesto locale e non più globale. La politica di sussistenza, infatti, si orienta sulla gift economy e produce naturalmente rispetto verso la natura e verso gli animali. Ci sono tanti percorsi per poter realizzare tutto questo, anche il movimento per l'acqua e contro il nucleare vanno considerati come un segno del cambiamento in atto.

Si è parlato quindi di proposte concrete e attuabili, o effettivamente realizzate, in alcune comunità. Questo è indubbiamente il valore aggiunto di questo incontro internazionale, dal momento che ogni volta che si fa riferimento alle società matriarcali si pensa a un'epoca che risale al neolitico (riferendoci al continente europeo in particolare) e si finisce per idealizzare una sorta di perduta età dell'oro, dimenticando che ci sono invece luoghi del mondo dove un modo radicalmente diverso di vivere è già in atto e dove hanno recuperato, o anzi mai dimenticato, qualcosa che ci appartiene a livello ancestrale, ma che la società dominante ha fatto di tutto per ridurre all'oblio, perché dimenticassimo.

Si è parlato anche della necessità di organizzare un movimento planetario per la Madre Terra e si è fatto riferimento all'appello "Manifesta", da poco pubblicato in Rete e redatto dall'International Network on Matriarchal and Gender Egalitarian Studies, che proclama i valori e i principi dei popoli matriarcali e opera per l'organizzazione di un vasto movimento per la difesa dei diritti e la salvaguardia della Madre Terra, proprio ripartendo (o ritornando) ai valori della madri. La matrilinearità, infatti, crea una società in equilibro, consapevole del concetto di limite e orientata al rispetto della sacralità del pianeta in cui viviamo, aperta alla costruzione di relazioni di fiducia e collaborazione, non più all'insegna della competizione e della sopraffazione. Una società in cui il mito dello sviluppo ad ogni costo, che dall'Illuminismo in poi ha dominato la società moderna, non ha alcuna ragion d'essere.

Le nuove comunità, ha concluso Heide Goettner-Abendroth delineando le caratteristiche di una società matriarcale, dovrebbero essere formate da clan, fondati non sulla parentela, ma sulla base delle affinità elettive. In questo nuovo contesto, ha aggiunto, vengono onorate le caratteristiche materne e sono considerati allo stesso modo sia uomini che donne. Si potrebbero costituire reti di paesi e piccole città, ognuna indipendente, senza potere centrale, fondate sulla gift economy e valorizzando le produzioni locali.

Infine ha ricordato l'importanza della dimensione spirituale, sottolineando come, nelle società matriarcali, politica e spiritualità siano strettamente concatenate e interdipendenti: si vive in armonia con il tempo circolare della natura che è considerata sacra e degna di onore e rispetto.

Proprio per questo una lunga processione ha attraversato la città, a conclusione del convegno, portando in uno spazio pubblico condiviso le idee matriarcali.

Altro evento di grande importanza è stato l'apertura del MatriArchiv, la prima biblioteca monotematica matriarcale, multilingue, un'area consultabile all'interno della biblioteca pubblica di San Gallen, un luogo pubblico, accessibile a tutte/i coloro che vogliono documentarsi ed approfondire la ricerca sulle società matriarcali che hanno abitato la vecchia Europa o che sono oggi attive nel mondo.

Il convegno si è concluso con un progetto preciso di cambiamento che le/i partecipanti al convegno hanno condiviso: è tempo di uscire allo scoperto e raccontare ciò che nelle società matriarcali è da millenni una realtà e costruire un nuovi stili di vita e una relazione armonica con gli altri esseri viventi ed il pianeta tutto, un paradigma che metta al centro i valori del materno, della cura, della solidarietà e del dono.

Aborigeni - La caduta del mondo moderno

(di Mario Negri)

"Le testimonianze dei popoli antichi che oggi è possibile analizzare, più che di progresso esprimono una chiara idea di involuzione; di un processo degenerativo attraverso il quale, da stati originari superiori, gli uomini sarebbero sempre più scesi a stati condizionati da elementi negativi, come dire che da un principio presso il quale esiste ed è presente l'origine del tutto, si è andato sviluppando un processo di oblio, di allontanamento che ha visto l'umanità, attraverso le sue vicende storiche, allontanarsi sempre più da un tipo di conoscenza ben diversa da quella tecnica e scientifica degli uomini moderni e forse basata su una consapevolezza delle cause sottili che stanno all'origine della manifestazione materiale".
(...)
"Ma raccontano anche i miti che, alla fine del ciclo, ciò che è nascosto tornerà ad essere manifesto e tale momento rappresenterà al tempo stesso l'inizio di un nuovo ciclo, in sintonia con la legge universale che collega armonicamente ogni cosa".

Sono due passi tratti dal documento che segue, l'introduzione del libro "Il Mondo di Oggi e il Mondo dei Popoli Arcaici" di Mario Negri – edizioni della Terra di Mezzo, Milano – che tratta appunto della visione del mondo antico e del mondo moderno dei popoli arcaici.

Gli Aborigeni Australiani sono un popolo del quale siamo giunti a conoscenza solo di recente e la loro bellissima cultura è pressoché sconosciuta. E così in questo libro non si è potuto trattare della loro visione del mondo antico e moderno. Ma sappiamo, da vari scritti più o meno recenti, che la cultura aborigena concorda sostanzialmente con quanto espresso nel libro.

Come gli altri popoli arcaici, la società aborigena era (ed è) improntata su una forte spiritualità, ben presente nella quotidianità delle tribù. Ed anche presso gli Aborigeni Australiani non esistono re, ma esistono capi tribali, ovvero un Consiglio degli anziani più saggi, fra i quali spiccano i medicine-man, uomini di grande spiritualità e poteri magici tali da permettere loro di comunicare con gli Antenati Creatori che dimorano nel Sognare ed anche di viaggiare nel Sognare, come in altre dimensioni. Tutt'ora gli Aborigeni, come tutti i popoli indigeni, non riconoscono di buon grado l'autorità dei nostri capi politici.

Questo perché, secondo la tradizione, i capi tribali lo diventano per merito della loro grande saggezza. Non sono uomini comuni: sono le persone che meglio conoscono il mondo degli Dei, dello Spirito e perciò conoscono meglio degli altri l'immutabile legge tribale, che deve essere rispettata per garantire abbondanza e benessere alla tribù. Al contrario, i capi del mondo moderno sono semplici uomini e per di più di dubbia onestà morale, dal momento che non rispettano la Madre Terra - e talvolta nemmeno la parola data.

Anche la visione aborigena del mondo moderno concorda sostanzialmente con i concetti espressi dagli altri popoli riportati nel libro. Sappiamo infatti dalle loro leggende che esiste un periodo di creazione, nel quale gli umani sono in sintonia con gli Dei, dunque hanno grandi poteri magici ed una completa armonia con il Sognare; esiste poi un periodo di evoluzione, durante il quale l'antico sapere si oscura e poi la decadenza. In sostanza, quanto avviene per i corpi avviene per le civiltà: nascita, vita, morte e poi un eventuale rinnovamento, una rinascita.
Questo significa che la società moderna non è destinata a durare, al contrario, si trova nella fase di decadenza e sarà prima o poi incline o costretta al cambiamento. Questo, del resto, ben si sa: se continuiamo a devastare la Terra non saremo risparmiati dalla sua ribellione.

E a proposito di cambiamento, gli Aborigeni che sono stati cristianizzati vedono il mondo moderno attualmente immerso nella visione dell'Apocalisse Biblica, ovvero prossimo ad una grande trasformazione, che vedrà infine la rinascita dell'antica spiritualità in tutto il mondo. E pregano vivamente che questa rinascita spirituale avvenga presto, e nel rispetto delle culture e tradizioni di ogni popolo.

Gli Aborigeni non scrivevano, tramandavano la tradizione oralmente. Le loro leggende sono colme di significato spirituale, ma i bianchi che non lo capiscono non riescono a riportarlo. Alcuni studiosi però si sono immedesimati a tal punto nella cultura aborigena da diventare membri della tribù ed avere dunque accesso al suo antico sapere. Fra questi Robert Lawlor, che in "Voices of the First Day" (ed. Inner Traditions International, pag. 51) riporta un racconto su una visione aborigena dei tempi moderni:
"C'è una storia del Tempo del Sogno che risale a molto tempo fa. Narra degli antichi uomini saggi o medici tribali. Essi vedevano nei loro cristalli speciali. Potevano vedere immagini del passato, immagini di quanto avveniva lontano, anche in questo momento, ed immagini del futuro. Alcune delle immagini del futuro riempirono gli anziani uomini di orrore. Videro un tempo in cui il colore dei neri (Aborigeni), come quello delle pietre, sembrava divenire sempre più pallido, fino a che si potevano vedere su tutta l'Australia solo i bianchi volti degli spiriti dei morti. Quando i primi uomini bianchi vennero in Australia, i neri pensarono che fossero gli spiriti della gente morta che erano ritornati alla loro vecchia terra e li accolsero benevolmente. La Legge del Tempo del Sogno dice che i vivi devono celebrare cerimonie per aiutare gli spiriti dei morti a trovare la loro via verso il cielo dove vivono gli spiriti dei trapassati. Le cerimonie fallirono nel portare la gente dal volto bianco al regno dei morti, ma l'uomo bianco sicuramente portò il regno della morte in terra".

E così l'uomo bianco è portatore di distruzione. Eppure nell'Età dell'Oro, narrano i testi antichi, gli umani avevano una grande conoscenza che li poneva in armonia con la terra, il cosmo e gli Dei. Conoscenza che si sarebbe trovata perfettamente a sua agio entrando in contatto con la civiltà, tanto che nulla sarebbe andato distrutto. Ma purtroppo è andata perduta nel corso dei tempi...
Da: "Il Mondo di Oggi e il Mondo dei Popoli Arcaici", di Mario Negri:
"L'ideale del "progresso" è uno dei capisaldi dell'umanità del XX secolo; un ideale che legge gli accadimenti storici in funzione di un cammino che dalle tenebre porta alla luce, dall'ignoranza alla conoscenza e dà vita ad un'umanità che, considerandosi privilegiata, giudica le precedenti civiltà come subordinate alla barbarie, all'oscurità ed alla superstizione.

È partendo da tale punto che potrebbe essere interessante riesaminare la previsione che ha dei nostri tempi l'uomo antico, scoprendo che quanto oggi si va affermando, con parole come progresso, civilizzazione, modernizzazione e simili, non trova alcun riscontro presso le più grandi civiltà del passato, ma ci indirizza, per contro, verso considerazioni del tutto antitetiche.

Le testimonianze dei popoli antichi che oggi è possibile analizzare, più che di progresso esprimono una chiara idea di involuzione; di un processo degenerativo attraverso il quale, da stati originari superiori, gli uomini sarebbero sempre più scesi da stati condizionati da elementi negativi, come dire che da un principio presso il quale esiste ed è presente l'origine del tutto, si è andato sviluppando un processo di oblio, di allontanamento che ha visto l'umanità, attraverso le sue vicende storiche, allontanarsi sempre più da un tipo di conoscenza ben diversa da quella tecnica e scientifica degli uomini moderni, e forse basata su una consapevolezza delle cause sottili che stanno all'origine della manifestazione materiale.

Un chiaro riscontro a tale condizione si può trovare nell'insegnamento, noto agli studiosi dell'Induismo, relativo alla dottrina delle Quattro Età, secondo il quale la durata di un ciclo dell'umanità terrestre, denominato "Manvantara", si divide in quattro periodi, contraddistinti da un crescente oscuramento dell'originario elemento spirituale.

Età dell'Oro, Età della Verità, Satya Yuga è definito il primo periodo e la saggezza degli uomini che in esso vivevano era tale da renderli veri e propri Dei.
A questo succede l'Età dell'Argento, il Treta Yuga, Età dei Tre Fuochi o dei riti. Il terzo periodo è l'Età del Bronzo, Dvapara Yuga o Età dell'Indecisione. Viene infine l'Età del Ferro, il Kali Yuga, l'Età dei Conflitti. Questo è il periodo in cui, secondo tale dottrina, l'umanità attualmente si trova e stando a quanto viene detto, esso dura già da più di seimila anni, un tempo quindi precedente a tutte le date conosciute a quella branca del sapere che gli studiosi moderni definiscono con il nome di storia.

Con l'avanzare di questo periodo, conoscenze che un tempo si può dire erano alla portata di tutti, sono andate man mano occultandosi ed è divenuto sempre più difficile trovarle; conseguentemente sempre più esiguo è stato il numero degli individui in possesso di tali verità e sebbene ciò che potremmo definire con il concetto di conoscenza primordiale, o più semplicemente come "principio", non può svanire ed andare perduto, di fatto esso si è nascosto rendendosi inaccessibile.

A questo stato di cose si riferiscono i vari miti allorquando, pur con formule differenti, narrano di qualcosa che è andato perduto o si è nascosto, e che deve diventare l'oggetto della ricerca di coloro che desiderano raggiungere la vera, superiore conoscenza. Ma raccontano anche i miti che, alla fine del ciclo, ciò che è nascosto tornerà ad essere manifesto e tale momento rappresenterà al tempo stesso l'inizio di un nuovo ciclo, in sintonia con la legge universale che collega armonicamente ogni cosa.

Testimonianza del mito delle quattro ere ci giunge anche dall'Iran: in un antico testo Mazdeo se ne parlava come l'Età d'Oro, d'Argento, di Acciaio e di "Misto di Ferro". Un testo babilonese tradotto da A. Jeremias, descrive in questo modo il caos dei tempi oscuri: "Quando queste cose avverranno nel cielo, allora quello che è limpido diventerà opaco e quello che è pulito diventerà sporco, la confusione si estenderà sulle nazioni, non si sentiranno più preghiere, gli auspici si mostreranno sfavorevoli... Sotto un tale regno gli uomini si divoreranno tra loro e venderanno i loro figli per denaro, lo sposo abbandonerà la sua sposa e la sposa il suo sposo, e la madre chiuderà la porta alla propria figlia" (Il mito dell'eterno ritorno, Mircea Eliade, ed. Borla, Roma 1968 – pag. 164).

Un altro inno annuncia che il sole non sorgerà più, la luna non apparirà più, presentando una forte analogia con quanto descritto nell'Edda di Snorri, in prossimità del Rangnarökkr. Affermazioni di questo genere, se prese alla lettera, potrebbero apparire risibili.

Ma per intendere il vero senso di certi messaggi, che ci provengono da situazioni culturali nelle quali era normale parlare a volte per allegorie, che non dovevano essere intese da tutti, potrebbe essere opportuno considerare il fatto che per gli antichi il sole e la luna, oltre ad essere corpi celesti a tutti noti, simboleggiavano stati d'essere superiori ovvero erano considerati una immagine della divinità intesa come manifestazione di luce.

Tali stati d'essere luminosi potevano, e forse questa era una delle principali caratteristiche dell'Età dell'Oro, essere ispiratori interni dell'azione e della consapevolezza degli uomini di quei tempi, che per tale motivo era giusto definire Dei incarnati.

Quando tali stati luminosi non furono più il nucleo centrale degli uomini, essi vennero probabilmente fatti oggetto di un culto, dal quale poi per via delle differenziazioni culturali ed ambientali di tempi e luoghi diversi, nacquero le varie religioni.

Ma anche tali culti probabilmente decaddero o scomparvero, o furono fatti scomparire del tutto, ed è evidente che il parlare in chiave allegorica della scomparsa del sole e della luna, nonché della luce, ovvero della facoltà di poter vedere ed intendere ciò che per gli uomini dell'Età dell'Oro era normale e naturale vedere ed intendere, è, per chi abbia la sensibilità e il coraggio intellettuale necessario, un discorso che ha un senso ben preciso e non una insensata affermazione di popoli primitivi che non conoscevano il rigore scientifico, come neppure è solamente riferibile a quel catastrofismo cosmico che in genere, in un contesto di religioni moderne, si suole dare ad affermazioni di questo genere. Si deve però anche dire che a volte ad una catastrofe sottile può seguire come conseguenza una catastrofe naturale, alla quale potrebbe a sua volta seguire una rigenerazione.

Contraddistinta da un'eterna giovinezza è, secondo Esiodo, l'Età Aurea di Kronos, in cui la vita degli uomini era simile a quella degli Dei. Nel corrispondente romano Saturno, re dell'Età dell'Oro, si narra che uomini e Dei vivono la stessa vita, e nel mito platonico di Atlantide troviamo la stessa rappresentazione dell'aurea età.

Età dell'Oro, età di luce e splendore dove gli esseri divini, nei quali dimorano, in equilibrio e senza contrasti, la luna ed il sole, ovvero il lato maschile e femminile dell'essere, stanno in perfetta e suprema armonia con tutto l'universo e sono per tali motivi "viventi" nel senso più alto del termine. È la prima età: l'Era degli Dei.

A questa, nella successione discendente dei cicli, sussegue l'Età dell'Argento, periodo della spiritualità lunare, ovvero basata solamente sulla giusta sensibilità e sulla giusta percezione, che sono le qualità simboleggiate appunto dalla luna. In questo periodo prevale probabilmente la figura della Madre e della Sacerdotessa, dato che la sacralità si manifestava prevalentemente attraverso figure femminili. Gli uomini hanno perso lo stato d'essere solare, che simboleggia invece la perfetta centralità, consapevolezza, sapienza e conoscenza che non proviene da alcune dimensione esterna, così come il sole non è illuminato e non è riscaldato da nulla se non da sé stesso, per poi, essendo rimasti privi anche dello stato d'essere lunare, rappresentato come detto dalla Sacerdotessa, entrare nell'Età del Bronzo che è caratterizzata da una virilità materializzata, violenta e tellurica, basata solo sulla forza fisica, sul predominio maschile inteso anche come prevaricazione, orgoglio e prepotenza, nei confronti anche dell'elemento femminile dominante la precedente Età.
Entriamo poi nel ciclo di decadenza e mortalità spirituale, che caratterizza l'ultima Età, quella del Ferro. Infatti Esiodo fa corrispondere l'immortalità e l'eternità alle prime due ere, mentre afferma il sopraggiungere della morte solo nelle ultime due.

La mitologia Sioux racconta di un bisonte posto a Ovest all'inizio del ciclo per respingere le acque, simbolo della distruzione e del caos. Il trascorrere del tempo è segnato dalla progressiva caduta del peli di tale bisonte, che inoltre ad ogni età perde una zampa. La totale perdita del pelo e delle quattro zampe del mitico animale, che non potrà quindi più arginare il furore delle acque, sancirà la fine e nel contempo il principio di un nuovo ciclo.

Una sorprendente corrispondenza si trova nel mito Indù del Toro Dharma (la legge divina) le cui quattro zampe rappresentano le quattro età (Yugas); anche qui la perdita di ogni zampa rappresenta la fine di un'era e il graduale adombramento della spiritualità si concluderà alla fine del ciclo (manvantara) con una catastrofe. A questo punto la spiritualità primordiale verrà ripristinata ed un nuovo ciclo avrà inizio.

Allo stato attuale sia il bisonte degli Indiani d'America sia il Toro degli indù si reggono sulla loro ultima zampa ed hanno perso quasi tutto il pelo.

Appare subito stridente il contrasto tra una siffatta concezione e la visione scientista e materialista dell'uomo moderno.

È comprensibile una certa difficoltà nel capire e nel condividere tali arcaici insegnamenti; non dimentichiamo infatti di trovarci nel cuore della civiltà occidentale, l'espressione più genuina di una cultura caratterizzata da assenza di valori spirituali – a meno di accontentarsi dell'impegno sociale e politico – e sostanzialmente retta dagli interessi economici, dal potere e dall'ambizione dei singoli uomini, governati solo dal senso del proprio ego.

Come non guardare, in tal contesto, con sospetto a fenomeni quali l'inquinamento o la distruzione di interi patrimoni naturali? Come non considerarli legati a doppio filo alle insane abitudini di vita sviluppate dall'uomo contemporaneo?

Per migliaia di anni l'uomo è riuscito a vivere in armonia con l'ambiente, pur utilizzandone le risorse per ricavare nutrimento, riparo e quant'altro occorresse alla propria sopravvivenza; ha vissuto immerso nella Natura come se ne fosse figlio – e così era, dato che come una madre genera un figlio e poi lo nutre, così la Natura generava l'uomo e poi lo nutriva.

A tale proposito potrebbe essere utile riflettere su quanto afferma Tacito nel "De Germania", e cioè che i Germani non costruivano templi, perché i loro templi erano le foreste e le fonti (e i loro corpi? N.d.R.), che per loro la natura era una manifestazione visibile del sacro per mezzo della quale rivolgersi alle proprie divinità. Lo stesso tipo di rapporto che avevano i "barbari" Germani si ritrovava presso i "selvaggi" nativi delle Americhe, dell'Australia e della Polinesia, oggi quasi sterminati dal progresso della nostra civiltà "superiore".

Quanto lontano appare oggi un simile rapporto tra l'uomo e la natura; lontano in coloro che la sfruttano e la distruggono per ottenere ricchezza, lontano anche in coloro che vedendola malata la osservano, come il chirurgo il suo paziente, sperandola in grado di superare le nuove crisi; in entrambi i casi oltre al significato magico e religioso che ad essa davano i popoli arcaici, manca forse anche il senso della misura, sopravvalutando l'uomo la propria forza e sottovalutando quella della natura.

Evidentemente l'argomento non è esauribile con la semplice affermazione che le principali cause del degrado in atto sono l'elevato incremento demografico e l'accresciuto bisogno di risorse; anche questi fenomeni possono infatti essere letti come l'evidente dimostrazione di un equilibrio rotto, di una disarmonia generalizzata che colpisce l'uomo e, per sua mano, l'ambiente naturale che lo circonda e che potrebbe sfociare in una tremenda catastrofe dalle caratteristiche apocalittiche.

È un processo iniziato molto tempo addietro che però ha dato ultimamente sempre più evidenti segni di accelerazione e di totale incapacità dell'uomo a controllarlo. Difatti, secondo il pensiero dei popoli arcaici, l'uomo moderno, essendo privo di qualsiasi ispirazione divina e diventando di conseguenza un più o meno consapevole portatore ed esecutore delle forze del caos che dominano l'Età Oscura, si è affacciato alla storia con una grandissima presunzione: quella di essere padrone e centro del mondo e di poterne disporre a proprio piacimento, in ciò convalidato anche da certe filosofie e dalle concezioni religiose moderne. Da ciò deriva la presunzione del diritto di poter sconvolgere gli equilibri naturali e di annientare o convertire al moderno modo di pensare le popolazioni che tali diritti sentono sacri e difendono.

Questo accadeva già anticamente, ma si è verificato anche di recente e continua a verificarsi.

Si sono da poco concluse le celebrazioni del cinquecentesimo anniversario della "scoperta", ad opera di Colombo (recentemente è emeso che sono stati i Vichinghi a scoprire il Nuovo Mondo), di quelle che vennero poi chiamate le Americhe, evento che portò nell'arco di pochi decenni alla distruzione di intere popolazioni – e delle loro culture – che vivevano probabilmente ancora seguendo i sacri ritmi di Ere precedenti; non diversa sorte è toccata, tra la fine del secolo scorso e l'inizio dell'attuale, alle tribù dei Pellerossa, attraverso una vera e propria opera di genocidio, così come sta accadendo alle popolazioni amazzoniche, distrutte dai successivi insediamenti dei civili uomini occidentali, con la loro cultura, la loro religione, le loro abitudini di vita.

Forse è anche il caso di ricordare la vicenda degli Aborigeni australiani che, seppur oggi non corrano il rischio dell'annientamento etnico, come accade in Amazzonia, hanno comunque subìto in passato trattamenti che con un eufemismo definiremmo irriguardosi; furono salvati dal fatto che il territorio da loro abitato non subì una vera invasione – venne colonizzato infatti da relativamente pochi galeotti di cui l'Inghilterra voleva sbarazzarsi – e per la maggior parte della sua estensione, fatta salva la zona costiera, era ed è occupato da un sconfinato, arido deserto che poco interessava agli uomini bianchi.

L'idea che l'annientamento degli equilibri naturali possa portare ad una resa dei conti apocalittica, è forse solo una catastrofica visione che forzatamente disdegna di considerare i continui sforzi e di risultati che passo dopo passo la scienza è in grado di fornire, o è invece una verità già anticamente prevista, e se così fosse, di cosa precisamente si tratterebbe?
Insoddisfatti delle soluzioni che la scienza moderna ufficialmente è in grado di proporre, si è affrontata una ricerca in altre direzioni, in altri tempi, in altri luoghi, verificando l'esistenza di testi, talora anche antichissimi, attraversi i quali, nonostante la provenienza da culture differenti e lontane, è possibile apprendere i medesimi insegnamenti, giungere alle medesime conclusioni; come dire che a dispetto di differenze apparentemente inconciliabili, dai Celti come dai Pellerossa, dai Greci come dagli Indiani, dalle popolazioni Scandinave come dai Romani come da altre popolazioni ancora, giungono evidenti tracce che disegnano per l'umanità un unico principio, un medesimo processo di decadenza, un comune finale esito.
(...)
È importante sottolineare il fatto che al di là delle differenze formali, le culture prese in considerazione manifestano un comune tratto nel tipo di finalità sociale, che è molto differente dei fini sociali in auge nei regimi moderni. Si deve evidenziare infatti che nel mondo arcaico si riteneva che il valore più importante per la società fosse la presenza del divino all'interno della società stessa, presenza che doveva essere garantita da un Re sacrale nonché dall'esigenza di collegi sacerdotali, centri iniziatici, boschi e luoghi sacri e dalla attuazione di culti divini in ogni stato della popolazione.

Naturalmente nei tempi ancora più antichi, ovvero in quelli che furono definiti Età dell'Oro e dell'Argento, non vi erano presumibilmente Re, né gerarchie, né religioni, né scuole iniziatiche, né templi, dato che gli uomini di quei tempi erano talmente vicini al divino da non aver bisogno di alcuna forma gerarchica, né da ricercare, per mezzo di tecniche iniziatiche o pratiche religiose, la divinità, né era presumibilmente necessario richiamare, così come fu necessario fare, ed in ciò consistette il più importante ufficio dei Re sacrali e dei Sacerdoti nei tempi più recenti, la forze divine nel mondo degli uomini, dato che esse vi erano ben presenti.

Solo con la regressione ciclica dei tempi si formarono differenze tra gli uomini e solo in pochi uomini, alcuni dei quali divennero presumibilmente i Re ed i gerarchi dei tempi antichi, permase l'influenza divina che legittimava il loro potere. Tale regressione può anche spiegare la formazione delle caste, ed anche a questo proposito si deve ritenere che nell'Età dell'Oro e dell'Argento le caste non esistessero, se non in potenza e senza alcuna individuazione regolamentata di ruoli e di funzioni, dato che gli uomini erano tra loro uguali per il fatto di essere divine incarnazioni.

La figura della sovranità, che come abbiamo detto caratterizza solamente i cicli della decadenza, era quindi intesa come espressione suprema di un potere che è una emanazione dall'Alto e che trova poi riscontro nella presenza di una gerarchia, intesa nel senso etimologico della parola derivante dal termine greco (ieròs: sacro), da tutti riconosciuta e accettata come l'unica regola capace di governare e perpetuare l'influenza del divino sul mondo terreno.

Se un siffatto concetto desta oggi perplessità se non fastidio, la parola gerarchia può suscitare senso di ribellione contrapposta all'ideale di libertà, ciò è reso possibile dal fatto che i tempi e gli uomini ne hanno perduto il vero significato e, come accade per tanti altri principi e concezioni di antichissima origine, essi si ritrovano di fronte a vocaboli, vecchi, superati, quali scrigni che, per esser stati smontati dei preziosi gioielli che un tempo contenevano, rimangono per i più scatole vuote, prive di valori tangibili, incapaci di dare ciò che invece cerca la moderna società materializzata e storicizzata, ovvero il benessere economico, sociale e materiale nonché il potere di acquistare, di consumere, di svagarsi e di divertirsi in tutti i modi possibili.

Pertanto ben pochi potranno intendere il fatto che nei tempi arcaici i Re, i Capi, i reggitori dell'ordine sociale erano prima di ogni altra cosa i rappresentanti della potenza divina che, pur essendosi ritirata dalla maggioranza delle persone, in essi ancora si manifestava e la loro presenza era ritenuta indispensabile per favorire il contatto tra la terra degli uomini e la sfera degli Dei; in loro assenza la terra diventava "gaste terre" (terra guasta), come affermavano gli antichi Celti, terra devastata.

Sia ben chiaro però che ove tale sacralità fosse mancata o fosse venuta meno, il Re veniva immediatamente considerato inadatto al ruolo che copriva, dato che qualsiasi potere che non fosse basato su una reale sacralità, vidimata e riconosciuta da vari collegi di sacerdoti, di sacerdotesse e di saggi anziani, veniva considerato un potere tirannico da abbattere.

È evidente che la scomparsa dei re sacrali e l'apparizione di stati e nazioni nei quali il potere aveva un senso semplicemente politico, deve essere considerato un segno ulteriore della decadenza dei tempi, anche perché, dal punto di vista della concezione arcaica della legittimità del potere, quando un Re non riunisce più nella sua persona il massimo potere politico e religioso, ma gli rimane solamente quello politico, il senso religioso dello stato decade rapidamente e tutta l'organizzazione della società non più resa compatta e sublimata da quelle forze magiche e trascendenti che caratterizzano i regni dei tempi più antichi.
Infatti, dal momento in cui il Re non più anche il primo dei sacerdoti e tale carica, quasi se come essa fosse meno importante di quella politica od addirittura con essa compatibile, viene lasciata ad altri, il senso primo dello Stato non è più quello di essere una manifestazione nel mondo dell'armonia superiore, ma una aggregazione di persone che rimane collegata semplicemente per dei motivi di ordine storico, linguistico, etnico o politico.

In tale contesto, dal punto di vista degli uomini arcaici, non ha molto senso né l'ubbidienza al Re od al capo dello Stato, né alle sue leggi, dato che per tali uomini, se era sensato ubbidire ad un uomo dio, che era anche Re, non lo era di certo, a meno di essere in ciò forzati dalle leggi o dagli apparati di polizia, ubbidire ad un uomo del tutto normale che diceva di essere un Re, ma che non era in realtà capace di esercitare la più importante funzione che a tale carica doveva corrispondere, ovvero mantenere una relazione tra gli uomini e gli Dei e richiamare dall'alto le benefiche influenze che da essi potevano derivare.
Diverse sono le antiche testimonianze che permettono di farci un'idea di come agissero tali forze discendenti dall'alto e richiamate dalla presenza di un Re sacrale e di come fosse il rapporto tra il Re, la natura ed il popolo nei tempi arcaici.

Dice la Skjöldunga Saga che il regno di Fròdhi fu coronato da pace e quiete pubblica, tanto che nessuno si riconosceva in diritto di far del male o di vendicarsi neppure dall'uccisione del proprio padre. Si racconta altresì che in quel tempo ci fu una incredibile abbondanza di raccolto e di api; si dice inoltre che i campi e i pascoli fiorissero senza essere coltivati e che l'erba crescesse spontaneamente. Abbondanza e fecondità della natura ed armonia tra gli uomini in un tempo in cui la guerra non esisteva, nel quale non c'erano calamità, in cui il lavoro degli uomini non era nient'altro che un danzare insieme con i ritmi delle stagioni.

Ritroviamo la medesima concezione presso gli antichi Babilonesi. Il Re Assurbanipal si considera un rigeneratore dei cosmo, poiché: "dopo che gli Dei, nella loro bontà, mi hanno posto sul trono dei miei padri, Adad ha mandato la sua pioggia..., il grano è spuntato..., il raccolto è stato abbondante..., le mandrie si sono moltiplicate...".

Nabuchadnezzar dice di sé stesso: "io faccio in modo che vi sia un regno di abbondanza, anni di esuberanza, di prosperità nel mio paese". In un testo Ittita Mushilish si esprime così sul regno di suo padre: "...Sotto di lui tutto il territorio di Khatti prosperò, durante il suo regno si moltiplicarono la gente, il bestiame, le pecore". (Il mito dell'eterno ritorno, op. cit.)
Ma con l'avanzare dei tempi le cose, secondo le antiche testimonianze, cambieranno. A questo proposito si legge nel Vishnu Purana, libro sacro degli antichi indù, che con il progredire dell'Era Oscura il Principio divino si allontanerà ancor di più dagli uomini, così come scomparirà dalla terra il carattere trascendente della regalità. "Coloro che avranno il potere, saranno di animo plebeo, di indole violenta, falsa e malvagia. Infliggeranno la morte (persino) alle donne, ai bambini ed alle vacche (sacre); si impossesseranno delle proprietà dei propri sudditi..." (Vishu Purana, trad. H.H. Wilson, Punti Pustak, Calcutta 1961)
Nell'Era Oscura, però, il Principio regale non si estingue ma si occulta in una sede inaccessibile donde, un giorno, tornerà a manifestarsi.

L'archetipo del Re nascosto è dunque da riferirsi anche ad una conoscenza invisibile ma non perduta, in grado di affermare, con il suo rimanifestarsi, la primordiale integrazione con la sfera divina.

La tradizione tibetana racconta della figura del Re del Mondo posta in un centro che ha per nome Agharti, un centro iniziatico misterioso, situato in un mondo sotterraneo le cui ramificazioni si estendono ovunque ed il cui capo supremo era detto Re del Mondo. Ma verrà un tempo in cui, secondo le parole riportate da Ossendowsky nel suo libro "Bestie, Uomini, Dei", "i popoli di Agharti saliranno dalle caverne sotterranee alla superficie della terra". Prima di occultarsi alla vista degli uomini, tale centro aveva il nome di "Paradesha", la Contrada Suprema, dato che quello di Agharti, (imprendibile, inaccessibile, inviolabile) non avrebbe avuto alcun senso.

Di analoghi "centri del mondo" si trova traccia presso altre culture tradizionali; è il caso dell'Omphalos, dell'Axis Mundi, dell'Albero cosmico, simboli chiamati tutti a svolgere la medesima funzione: rendere presente sulla Terra il divino Principio ordinatore.

È verso questi "centri" che i popoli antichi orientavano e dirigevano la propria spiritualità e attraverso di essi potevano entrare in contatto con il divino.
Ad ulteriore prova della portata universale delle testimonianze qui accolte, va ricordato come il tema dell'oscuramento del ritorno della luce viene espresso all'interno del mito giapponese.
Narrano i libri dello Scintoismo, culto e religione del Giappone tradizionale, che un giorno Amaterasu ô-mikami, la grande Dea del Sole, infastidita da suo fratello Susan-o, si nascose nel profondo della grotta celeste, ne chiuse l'ingrasso con una roccia enorme e fece così piombare l'intero universo nelle tenebre più profonde. Gli Dei tutti si spaventarono e tennero consiglio per escogitare il mezzo per fare uscire dal nascondiglio la Dea offesa. Il divino Ishikoritome fabbricò uno specchio (Yata-no-kagami), Tama-no-oya la gemma ricurva (Yasakani-no-magatama) ed Ame-no-hiwashi dei festoni di stoffa colorata (Nigite). Tutti questi oggetti vennero appesi all'albero sacro (Sakaki) trasportato dinnanzi alla grotta ove stava nascosta la Dea del Sole. Gli Dei supplicarono ripetutamente la Dea di uscire, ma inutilmente. Ed allora, quando la disperazione e l'oscurità erano ormai al culmine, la divina e maliziosa Uzume si mise a ballare sfrenatamente, tanto che le vesti, durante la danza buffa e sensuale, le caddero di dosso e tutti gli Dei che l'accompagnavano a suon di musica, scoppiarono in clamorose risate. A tanta allegria, Amaterasu spinse impercettibilmente la roccia per spiare cosa mai stesse accadendo e lì rimase a guardare la propria immagine riflessa dallo specchio appeso all'albero. Rapidamente il divino Tajikara spinse via la roccia e così Amaterasu tornò a risplendere nel mondo.

Dal breve racconto giapponese si trae l'insegnamento che le tenebre possono essere messe in fuga solo se, pur nell'oscurità più fitta, sopravvivono la gioia e le risate, perché il sole, dispensatore di armonia, non si mostra alle invocazioni o ai lamenti, ma alle note di una danza di gioia, quale può essere fatta da una libera, pura sensuale fanciulla che, in un certo qual modo, si può dire rappresenti la bellezza, la libertà, la purezza e la sensualità della natura." (...)

Riflessioni su femminismi e matriarcati

Ventimiglia Inverno 2015

Inizio facendo un paragone tra femminismo e matriarcato su alcune questioni, perché ritengo che il primo sia la ricerca di quella consapevolezza profonda che nel secondo appariva “naturale”, non inficiata cioè dalle successive sovrastrutture patriarcali. Oserei dire che si trattava dell’autenticità, che tanto dibattito ha suscitato nel femminismo. Le donne nel matriarcato sono autenticamente libere, nel senso che non esiste un ordine del discorso che richieda una teorizzazione della loro libertà (per spiegare meglio non erano libere dal marito perché non esisteva la benché minima possibilità che un uomo potesse condizionarne il comportamento). Su questo punto sono illuminanti le forme di lotta delle donne delle comunità indigene, dove le pratiche ancestrali riscoperte e il discorso teorico stanno fianco a fianco. Le pratiche messe in atto dal femminismo – dall’autocoscienza alla spiritualità femminile – tendono tutte a risvegliare e far rivivere quello stato dell’essere che è la condizione sine qua non della liberazione dal patriarcato. Ritengo che se si recupera quella condizione, tutti gli altri discorsi (e soprattutto quello sugli uomini) diventino immediatamente superflui.

Il separatismo del femminismo è il mezzo migliore per far sì che la ricerca della libertà autentica abbia successo. Nel matriarcato l’organizzazione stessa della società prevede momenti (tanti e i più importanti nei punti fondanti di un modello sociale) di incontro/scambio/relazione tra donne. Solo oggi possiamo insinuare che una cosa simile sia contro gli uomini, ma la sua forza sta nel rapporto fra donne e non nell’esclusione del maschile. L’esclusione del maschile, oggi, nasce dall’inevitabilità di doversi riprendere degli spazi che sono stati usurpati (perché il patriarcato sì che si fonda in primis sull’esclusione e sulla divisione delle donne e a seguire di tutti i gruppi che possono essere assimilati alle caratteristiche che il patriarcato ha attribuito alle donne – povertà di beni, debolezza fisica e di mente, posizione subalterna). Questa mania di dover andar avanti uniti, in cooperazione, è l’idea di un patto sociale tra il maschile e il femminile caro alle teorie maschiliste, che in realtà non c’è mai stato, come spiega bene Carole Pateman nel suo libro  Il contratto sessuale. Questo fantasmagorico patto sociale mistifica una chiara realtà: con il passaggio al patriarcato l’uomo ha vinto la disponibilità sessuale, riproduttiva e di cura delle donne. Non esiste nel matriarcato una commistione simile perché le due sfere si caratterizzano nella loro separazione e solo dopo la loro interazione viene regolata da norme sociali volte a garantire il benessere di tutti.
  1. Il materno è un altro aspetto importante, sia del femminismo che del matriarcato. Se nel femminismo oggi appare spinoso è per due motivi: La maternità che abbiamo conosciuto (e continuiamo a conoscere) è quella ridefinita dal patriarcato (una madre che si occupi dei figli dell’uomo e che sia possesso di quell’uomo);
  2. l’ordine spirituale che seguiamo (anche quelle/i che non vogliono nemmeno sentire parlare di religione) è che deriviamo da un Dio maschio e che la natura non è più maestra di vita e questo è destabilizzante per le donne che invece sperimentano altro (universo frattale in grado di generare vita autonomamente e completamente interconnesso, presenza di demoni – per es. Criss Angel, Steven Frayne, David Blaine, David Copperfield - che praticano magia REALE influenzando le più potenti famiglie capitalistiche ebraiche, occidentali ed orientali – per es. gli Illuminati di Baviera, gli A.D. della BlackRock - , etc..).
La maternità matriarcale è assolutamente libera da qualsivoglia ingerenza maschile, sebbene la riproduzione sessuale fosse ben conosciuta da tempi molto antecedenti i grandi matriarcati del passato e incarna il concetto del femminile che dà la vita. La compartecipazione alla riproduzione sessuata non inficia né questo punto fondante -tanto che le società matriarcali non hanno il nostro concetto di padre - né il fatto che tutti, uomini e donne, nascono da corpo di donna, sono nutriti da corpo di donna, imparano a parlare da lei. Il riconoscere a quest’esperienza fisica la potenza di sapere della vita e della morte, del linguaggio e della cura ha fatto delle donne il centro delle società, con l’accordo totale degli uomini; provocazione: sarà stata la memoria ancora viva della partenogenesi? Ne riparleremo se questa operazione di disvelamento delle menzogne patriarcali continuerà con successo. La madre come inizio è scomparsa nei patriarcati e penso che senza rimetterla lì, difficilmente si arriverà a società egualitarie, di partnership e senza violenza.

Nel femminismo si parla spesso di modalità femminile nell’approcciarsi alle cose della vita, anche se il discorso è vago e c’è il pericolo di ritornare nel “per natura” che ben sappiamo cosa ha voluto dire per le donne nel patriarcato. Credo che si tratti dell’intuizione, che nei matriarcati era realtà appurata, di una differenza di qualità tra il femminile e il maschile: attenzione, non degli uomini e delle donne, perché fare qualcosa con modalità femminile ti faceva entrare automaticamente nel gruppo delle donne e viceversa, indipendentemente dal corpo fisico, perché i matriarcati non sono società dove un genere ha bisogno di dominare sull’altro, ma tutti devono vivere al meglio le loro possibilità, che è poi lo scopo di una società. Le società matriarcali hanno riconosciuto quanto fosse importante per gli uomini l’azione, il coraggio e l’essere  riconosciuti nel gruppo e avevano previsto ambiti per la limitazione del danno che avrebbe potuto provocare questa modalità (per esempio gli Irochesi, dove era previsto il diritto di veto delle donne sulla guerra e regole ferree per le ostilità tra le tribù). L’azione e il coraggio erano visti come  propulsori del cambiamento di una società, e venivano guidati dal principio centrale della società, cioè le donne. Nel momento del bisogno, gli uomini sono diventati i difensori dell’ordine sociale del matriarcato. Il vero guaio è iniziato quando non c’era più la guida delle donne e con il patriarcato questa forza propulsiva è stata lasciata allo stato brado.

Queste sono le premesse e si basano su quello che oggi conosciamo del matriarcato, ma credo che la ricerca sia solo iniziata e che ci saranno altre scoperte e riflessioni da fare.

Alcuni punti per entrare nel merito del dibattito in atto adesso:
Le donne non hanno tradito il matriarcato, così come gli uomini non gli si sono rivoltati contro. Sostanzialmente gli umani del paleolitico sono uguali a quelli di oggi – stessa conformazione fisica, stessa psiche, quindi non c’è nulla che possa darci segnale di tendenza maggiore al tradimento o al sentimento di esclusione, quindi è meglio ricercare le condizioni storiche e climatiche per sapere come si è sviluppato il patriarcato. Entrare nell’ambito psicologico è a mio pare ridurre il tutto a una lite fra coniugi, che tra l’altro nel matriarcato non esistevano nemmeno e la gente non si identificava nell’essere “la moglie di” o “il marito di”. I giochi di potere all’interno della coppia sono nati quando la coppia è stata imposta come modello sociale e non prima. Rimandare a questi atteggiamenti psichici individuali non porta tra l’altro da nessuna parte. Secondo me questo ci dimostra soltanto quanto il patriarcato sia ancora oggi interiorizzato in maniera anche inconsapevole. Il fenomeno delle amazzoni, di cui sempre più tracce affiorano nel mondo e le strenue resistenze che intere popolazioni indigene stanno mettendo in atto ancora oggi contro il modello patriarcale, riportano invece il discorso appunto sul piano storico e sociale. La preoccupazione che una volta recuperata la condizione matriarcale sia sempre in agguato un tarlo dentro di noi, uomini e donne, ha il sapore amaro del peccato originale e la dice lunga su quanto siano pervasivi i modelli imposti, soprattutto quelli religiosi. Ho più fiducia in un’umanità che a fatica sta recuperando la sua libertà interiore e che terrà buon conto dell’esperienza, cosa che non è prevista nel patriarcato che mistifica la storia proprio perché questo non succeda.

Credo che nessuna donna voglia eliminare i maschi: primo perché tradirebbe il suo principio di datrice e continuatrice della vita e secondo perché il maschile in sé non ha mai costituito un pericolo per il femminile. Per quanto l’uomo ci abbia provato, non è riuscito a bruciarle tutte, nemmeno sotto l’impulso di convincimenti religiosi violenti come il cattolicesimo. Il discorso di voler separare gli ambiti serve per rendere di nuovo visibili le specificità di ciascuno, così come era nel matriarcato, al momento l’unica forma sociale di cui è stata documentata l’esistenza che garantisce un buon grado di libertà e benessere a tutti.

Le società gilaniche o di partnership non sono ancora state documentate e prima di sostenerle bisognerebbe sapere se sono esistite: ad ora sappiamo che nelle società matriarcali esisteva un buon livello di cooperazione così come nel patriarcato la condizione di sottomissione della donna ha conosciuto alti e bassi (probabilmente le società nordiche a cui fa riferimento Riane Eisler rappresentano l’alto), ma i principi che ne regolano la società rimangono gli stessi e non hanno il segno della consapevolezza, ma della riduzione del danno. Perseguire queste società di partnership e di collaborazione rimanda al post-patriarcato di cui si parla attualmente in maniera diffusa. Ho chiesto a Ines Pretorius come si configura questa società post-patriarcale, ma mi ha solo espresso un concetto temporale e cioè che dopo il patriarcato che non funziona più, siamo nel post-patriarcato e credo che una teorizzazione seria sull’argomento sia ancora da venire e dobbiamo necessariamente aspettarcela da chi ha questo tipo di visione. Al momento il patriarcato è ancora vivo e le donne non debbono rallegrarsi troppo se le cose gli vanno male perché le conseguenze le pagano anche loro.
Per quel che mi riguarda trovo molto più costruttivo imparare il più possibile dalle società matriarcali e cercare di riproporre quei modelli alle nostre società, in un’opera di ricostruzione e modifica che non perda di vista le cose necessarie da fare perché la situazione cambi.

È fondamentale ribadire a questo punto che la polarità maschile-femminile di cui si parla nei matriarcati è quello dei fratelli e delle sorelle (che nascono in uno stesso clan e che per la concezione matriarcale di sorellanza e fratellanza possono essere anche cugini da parte di madre). La coppia uomo-donna è propria del patriarcato (la repubblica si fonda sulla famiglia..) e chi promuove società di cooperazione tra i due sessi deve essere ben coscienti che si sta cercando di fondare una società nuova sul solito vecchio pilastro fallimentare (Moso docet).

Mi dispiace constatare che già dalla nascita di questi studi sia di nuovo in atto l’interiorizzazione del patriarcato, soprattutto nelle donne che vorrebbero guidare questo cambiamento, ma d'altronde che è lungo e difficile per tutte lo sappiamo già dal femminismo. Auspico che vengano a breve i tempi in cui si discuterà, per esempio, se e cosa si deve salvare della tecnologia (un dibattito tecnica verso tecnologia è già stato aperto dalle eco-femministe internazionali), come si possa allargare la spiritualità femminile, condizione necessaria per riavvicinarci alla concezione del mondo matriarcale, senza cadere in un fenomeno compensatorio, a tratti satanista, come quello della New Age, come si possano creare spazi di discussione femminile, per proseguire con questi discorsi (e onore al merito per Franca Clemente e Danila de Angelis per aver proposto un gruppo di approfondimento sugli Studi Matriarcali), perché credo che il cambiamento, se mai ci sarà, sarà delle donne.

Alcune critiche sui discorsi di altre
Riane Eisler. La relazione padre-figlio è una relazione affettiva che esiste anche nei matriarcati. Farne un fondamento sociale sappiamo già cosa vuol dire e cioè patriarcato. Credo che le società nordiche di cui parla, per quanto rispondano meglio di altre alle sfide della modernità, soddisfino l’esigenza di mantenere la pace sociale in un modo meno stupido di quello sperimentato da altri Paesi, ma l’obiettivo che ci si pone è altro e non mi sembra che nei Paesi nordici il livello di felicità sia alto. In più le femministe di là si lamentano di questo patriarcato subdolo, che ti dà gli asili, fa collaborare l’uomo, ma nella sostanza la realizzazione delle donne è lungi a venire (Paola Melchiori e Berit Aas - Quali strumenti il patriarcato utilizza per impedire alle donne di esprimersi: Le Master Suppression Techniques nell’esperienza politica – in questo caso si tratta della Norvegia).

Mi sa che fra un po’ anche in Cina smetteranno di abortire le femmine perché non sanno più come gestire una componente maschile troppo alta, ma non saranno per questo in un matriarcato.

Vedi anche su questo tema Gen  Vaughan quando si riferisce a  miglioramenti momentanei di alcune categorie di donne, che in genere sono legati al peggioramento di altri soggetti – non necessariamente nello stesso continente-   soprattutto di altre donne – e poi possono essere tolti alla bisogna.

Vogliamo cambiare il mondo o vogliamo stare meglio? Anche questo è da decidere.

Starhawk  La prima oppressione è stata quella delle donne (o degli animali? N.d.R.) e tramite quella si è arrivati all’oppressione di tutti (modello riproposto dopo i Kurgan anche all’inizio dell’Europa moderna, Caliban And The Witch della Federici). La liberazione della donna libererà tutti gli oppressi (con buona pace del maschilista Marx, oggi tanto in voga tra taluni animalisti e femministi dalle conoscenze scarne).

Questione uomini, quelli che come diceva Paola Melchiori in Crinali abbiamo buttato fuori dalla porta per poi farli rientrare dalla finestra, i sempre presenti nelle discussioni femminili.
Direi che al momento la soluzione lì non si pone. Sono pochissimi quelli che sembrano aver preso coscienza (almeno a parole ma poi è da verificare nella pratica); gli altri devono cambiare e riconnettersi anche loro a valori altri che un tempo avevano. Non c’è che una fioca letteratura a proposito (chiedere per credere a Beppe Pavan del gruppo Uomini In Cammino) e una pratica inesistente. Per loro sarà ancora più difficile, perché in fondo nel matriarcato la centralità delle donne non ha mai richiesto agli uomini altro che una presa di coscienza dell’essere gregari e una dignità nel supporto a un modello sociale guidato dal principio femminile -, che sicuramente riconoscevano come buono, mentre nel patriarcato sono gratuitamente centrali.
Direi che il discorso non è prioritario fino a quando le uniche due risposte che riceviamo nell’interpellarli (e se mi sbaglio scatenatevi perché mi farebbe piacere sapere che c’è qualcos’altro di valido su cui contare) sono “Ma io non ho mai picchiato una donna” e “Ma perché ci volete escludere?” Davvero sto aspettando da anni l’entrata in scene degli uomini sensibili e intelligenti di cui si parla spesso, ma che per ora non raggiungono la percentuale degli avvistamenti U.F.O. attendibili, sebbene siano pubblicizzati in lungo e in largo, in primis dalle donne e poi dalla stampa. (Qualcuna forse che la conosce più di me, mi potrà dire cosa è successo dell’auspicata alleanza del giovane uomo con la donna di cui parlava la Lonzi). Davvero non so se vale la pena perdere tempo in questi termini sulla partnership e sono d’accordo con Franca  Clemente quando afferma  che  “devono rimboccarsi le maniche e che dobbiamo educarli”, ma l’unico modo che conosco per far questo è di ripristinare il principio matriarcale in tutti gli ambiti, il che in soldoni vuol dire perseguire la mia libertà autentica. Gli uomini non sono il vero problema, come sempre il primato ce l’ha la donna.

Dichiarazioni politiche dal secondo congresso mondiale sugli studi matriarcali

State University del Texas – San Marcos 2005

Dichiarazione politica matriarcale

Durante l’ultima giornata di “Società di Pace”, il secondo Congresso mondiale sugli studi matriarcali che si è tenuto nel 2005 alla State University del Texas a San Marcos, è stata redatta una dichiarazione politica. Diverse relatrici e molte fra le ed i  partecipanti hanno espresso le loro idee su come creare alternative concrete e soluzioni pratiche al sistema patriarcale di sfruttamento, nonché un elenco di passi da intraprendere per promuovere la rinascita di società pacifiche. Questa dichiarazione mette in rilievo il significato politico del congresso precedente (Lussemburgo 2003) e sugli Studi Matriarcali moderni.
 
Qual è il significato di una politica matriarcale

Heide Goerttner- Abendroth (Germania)
In che cosa consiste una politica matriarcale? Innanzitutto è una politica che si basa sugli studi matriarcali moderni, con lo scopo di creare un’economia egualitaria e una società pacifica. Il modo in cui farlo ci viene mostrato con chiarezza dalle società matriarcali, i cui modelli sono sopravvissuti per millenni. La loro economia, politica, organizzazione sociale e la loro spiritualità sono strettamente connesse, e il loro scopo è di mettere a disposizione di tutti una buona vita.
Economicamente, l’insegnamento dei matriarcati è volto a sviluppare una nuova economia di sussistenza, basata su unità locali e regionali. Si tratta di un’economia autosufficiente che crea circoli di dono. Le donne sono i pilastri di queste strutture economiche. Organizzarsi in regioni sotto la guida delle donne è il cammino da intraprendere per arrivare a un’economia matriarcale.
A livello sociale, dai matriarcati impariamo in che modo creare e sostenere comunità basate sulle affinità. Si fondano partendo da un rapporto spirituale- filosofico tra i membri, che li fa sentire sorelle e fratelli per scelta.
Formano un matriclan simbolico, perché questi clan sono iniziati, creati e guidati dalle donne. I fattori essenziali sono i bisogni delle donne e dei bambini, che rappresentano il futuro dell’umanità. Gli uomini sono integrati come membri alla pari.
A livello politico, il principio matriarcale del consenso è di fondamentale importanza per una società davvero egualitaria. È altresì la base su cui costruire nuove comunità matriarcali. I matriclan simbolici sono quelli che davvero prendono le decisioni, anche se il principio del consenso può essere allargato sia su un piano locale che regionale.
A livello culturale, l’insegnamento dei matriarcati è di lasciarsi alle spalle tutte le religioni gerarchiche che pretendono di possedere l’unica verità. Al contrario, è necessario considerare il mondo come sacro, amarlo e proteggerlo perché tutto nel mondo è divino.
La spiritualità matriarcale comprende anche la tolleranza matriarcale: nessuno deve “credere” a nulla. Non ci sono dogmi, ma solo la partecipazione alla continua e sfaccettata celebrazione della vita nel suo manifestarsi nel mondo visibile.
In questo modo possiamo creare dei “modelli matriarcali” che costituiscono gli elementi  di una nuova società umana.
 
Dichiarazione politica collettiva (letta da Genevieve Vaughan)

La politica matriarcale internazionale si erge contro la supremazia omologante del capitalismo patriarcale dei bianchi e contro la globalizzazione della miseria. Sostiene l’uguaglianza, la diversità e l’economia del cuore. In tutto il mondo esistono ancora molte società matriarcali: propongono un modello che sostiene la vita in alternativa al capitalismo patriarcale che invece la depreda.
Il movimento per preservare le varie culture etniche dovrebbe riconoscere la specificità e l’importanza dei matriarcati e i contributi che queste società danno all’integrità e al benessere del mondo. Invece esse hanno subito l’attacco di un’ondata dietro l’altra di colonizzazione. Ad esempio, la WalMart sta posizionandosi nello Juchitàn, dove i mercati controllati dalle donne e inseriti in reti di relazioni e pratiche che sostengono la vita saranno soppiantati e cancellati. Nascosto dietro la maschera  dello sviluppo, questo colonialismo economico inganna la gente con la falsa promessa di posti di lavoro e di una vita migliore, affinché rigetti i preziosi risultati culturali che ha raggiunto.
Nel rispetto reciproco e onorando la nostra diversità ci rivolgiamo a tutte le donne perché si  impegnino con il loro attivismo a preservare i matriarcati esistenti e a riconoscersi come popoli matriarcali presi nella trappola del capitalismo patriarcale.
Rifiutiamo le linee politiche governative e imprenditoriali che espropriano la popolazione della sua eredità spirituale ed economica, inclusa la preziosità del suo linguaggio indigeno. Il patriarcato capitalista sta infrangendo le leggi di Madre Natura, invadendo i luoghi sacri e saccheggiando la biodiversità che è stata, sotto la gestione dei popoli indigeni, fonte della loro stessa sussistenza  per millenni. Affermiamo che è un atto morale respingere ed eliminare il grano geneticamente modificato, e siamo solidali con le nostre sorelle di tutte le parti del mondo nel promuovere un’etica matriarcale che riconosca e respinga le menzogne del patriarcato, menzogne che mistificano lo sfruttamento in umanità, e il seminar morte in vita. Noi  conosciamo la differenza.
 
Il punto di vista delle studiose e studiosi internazionali del matriarcato

Le affermazioni riguardano:
  • lo sviluppo degli studi matriarcali moderni come nuova scienza sociale in grado di comprendere la visione e di tracciare le linee di una nuova società fondata sulla giustizia e sulla pace;
  • strategie di ricerca per creare ed espandere questo nuovo paradigma e, nello stesso tempo, per formare una comunità scientifica alternativa tramite la collaborazione e il lavoro in rete;
  • programmi per l’insegnamento futuro; per esempio, l’introduzione di questo nuovo campo del sapere nelle scuole, nei college e nelle università.




Ruxian Yan (Cina)
Nell’antichità l’istinto materno ha forgiato l’umanità. Nel futuro, sarà ancora l’istinto materno a innalzare l’umanità.

Xioaxing Liu (Cina)
L’esistenza di comunità matriarcali attuali dimostra che le persone possono vivere una vita degna e produttiva anche in contemporanea al mondo moderno. Gli studi matriarcali e matrilineari ci aiuteranno a riconoscere e a scegliere un modo migliore di vivere.



















Veronika Bennholdt-Thomsen (Germania)
La globalizzazione economica è un progetto del grande capitalismo internazionale e dei suoi sostenitori per creare in tutto il pianeta un’unica visione del mondo, che dice che è il profitto a sostenere la vita. Gli studi matriarcali sono fondamentali per opporsi a questo rovesciamento dei valori umani. Le loro analisi rivelano i principi sociali che creano e sostengono un’economia etica e una società pacifica, sia nel passato che nel presente. Ci mostrano che aspetto hanno un’economia e una società materna, un mondo materno e come possono essere sviluppati. Sono ancora le donne che fanno i bambini, hanno figlie e i figli hanno delle madri. Ciò garantisce che la compassione e la cura non moriranno mai completamente. Dobbiamo essere comunque coscienti della dimensione di vasta portata sociale, culturale ed economica del materno, così come delle sue contraddizioni intrinseche. Gli studi matriarcali contribuiscono a questo sapere.

Genevieve Vaughan (Italia/U.S.A.)
È importante che negli Studi Matriarcali venga incluso anche il concetto di economia del dono perché ci offre un punto di vista con cui criticare il mercato e il capitalismo patriarcale. Ci spiega anche il valore delle donne come sovrastruttura per una sistema economico alternativo. Noi donne nel capitalismo patriarcale possiamo considerarci matriarche che, pur private delle nostre culture e strutture sociali, continuiamo a praticare l’economia del dono e ad abbracciarne i valori, almeno fino ad un certo punto. Forti di questa capacità, possiamo unirci alle nostre sorelle indigene per lottare contro l’economia dell’odio e del dominio, ovunque e ogni volta che sia possibile farlo.

Claudia Von Werlhof (Germania)
Il patriarcato è nato con la guerra. Con il patriarcato capitalista la guerra è diventata un sistema globale che sta distruggendo la vita sulla terra. Se vogliamo darci la possibilità di costruire una civiltà post-patriarcale dobbiamo fermare il patriarcato espellendolo da dentro di noi. Altrimenti non avremo la forza necessaria per sbatterlo fuori dal mondo.

Carolyn Heath (Inghilterra)
La razionalità (logos) e l’intuizione (mythos) sono due dimensioni complementari della mente. Nel mondo occidentale, si è sacrificata l’intuizione alla razionalità. Devono essere ricondotte all’equilibrio, osservando come sono complementari l’una all’altra in ogni essere umano.
Le popolazioni indigene prive di modelli di gerarchia di genere possono davvero offrire al mondo occidentale un utile modello di società armoniosa, in cui l’equilibrio di potere tra gli uomini e le donne si possa esprimere così: “Non uguale e simile, ma uguale e opposto” (Labouvie-Vief 1994)

Kare Smith (U.S.A./Svizzera)
Gli studi matriarcali moderni sono in debito con le culture matriarcali esistenti. Queste culture sono state create e mantenute per millenni da popolazioni indigene – in mezzo a civiltà confinanti che le hanno minacciate e oppresse. Hanno attraversato enormi difficoltà, sofferenze e tentativi di genocidio mentre cercavano di proteggere e di difendere proprio quelle tradizioni che noi in veste di ricercatrici giudichiamo così importanti per il nostro mondo.
Per adempiere alla nostra responsabilità verso queste culture, le ricercatrici/i dei matriarcati moderni devono prendersi cura e supportare questi popoli, in qualsiasi modo essi stessi suggeriscano.

Cécile Keller (Svizzera)
Gli studi matriarcali moderni ci offrono una nuova prospettiva in diversi campi, come la medicina. La medicina matriarcale tratta le persone in maniera olistica e tiene conto del contesto sociale, del mondo naturale e dello stesso universo. In questo modo la medicina matriarcale contribuisce non solo al benessere individuale, ma a quello dell’intera società.

Peggy Reeves Sunday (U.S.A.)
Le voci dei popoli indigeni devono farsi sentire negli Studi Matriarcali in modo che noi possiamo capire sia l’unità che la diversità delle pratiche, delle strutture sociali e della visione del mondo matriarcali.

Antje Olowaili (Germania)
Madre Terra non ci appartiene. Siamo noi che apparteniamo a questo anfratto del frattale universale perché “lei” ci ha generati, e per questo dobbiamo dividere i suoi frutti con tutti gli esseri umani e gli animali. Condividere è importante perché siamo tutti fratelli e sorelle.
La natura è femmina. È per questo che deve essere protetta, proprio come dobbiamo essere protette noi donne in quanto tali. La natura e le donne sono la stessa cosa. Perciò, una persona che venera Madre Terra rispetta e protegge anche le donne che ne sono il riflesso.

Vicki Noble ([nazionalità ignota])
Sapere dell’esistenza delle società matriarcali del passato ci fornisce le basi biologiche per un’evoluzione umana pacifica organizzata intorno alla donna. Riconoscere l’esistenza di culture matriarcali ancora viventi in questo nostro tempo, rafforza la fede che abbiamo nella natura umana e ci offre il modello alternativo di cui abbiamo tanto bisogno per stimolare il nostro immaginario collettivo. Andiamo avanti con convinzione e coraggio per rompere con la tradizione e creare nuove forme che onorino i processi naturali e il sacro sapere delle donne e della natura.

Susan Carter (U.S.A.)
Questo secondo congresso mondiale mi ha rafforzato nella convinzione che è più importante che mai diffondere nel mondo quanto abbiamo condiviso qui. Attraverso la combinazione delle nostre ricerche accademiche sugli studi matriarcali, le storie personali delle nostre vite vissute all’interno  di società matriarcali ancora esistenti e il nostro profondo e sincero desiderio di rendere manifeste le applicazioni pratiche di questo sapere per un cambiamento sociale a livello globale, possiamo sia come singoli individui che insieme, collettivamente, creare un mondo in cui prosperino tutti gli esseri viventi.

Annette Kuhn (Germania)
Il mio obiettivo principale è dimostrare la continuità del potere delle donne nella storia. Questo compito richiede una ridefinizione di potere in termini matriarcali e un doppio sguardo sulla storia, che sia in grado di valutare il potere creativo, mentale e morale delle donne all’interno del nostro mondo simbolico e sociale, e che tragga le sue informazioni nel retroscena dei tentativi patriarcali di sostituirsi ad esso.

Marguerite Rigoglioso (U.S.A.)
Questo secondo congresso sugli studi matriarcali ci conferma che il matriarcato esiste al giorno d’oggi in quanto struttura sociale reale e valida. La nostra ricerca collettiva sulla storia, la mitologia, l’iconografia e la linguistica ci offre prove sempre più convincenti che il matriarcato è stata la struttura sociale originaria dell’umanità. Data la natura più positiva e più sana del matriarcato come sistema sociale, se paragonato al patriarcato attuale che domina nella maggior parte del mondo, è doveroso far sì che l’insegnamento del matriarcato sia diffuso in maniera globale.

Kaarina Kailo (Finlandia)
Per creare condizioni feconde per società pacifiche post-capitalistiche abbiamo bisogno di mostrare l’orribile sistema incentrato sulla dicotomia onore/vergogna che costituisce l’ancora psicologica per relazioni di genere asimmetriche e violente. Attribuendo onore al controllo violento della vita e della sessualità femminile, questi sistemi sostengono la guerra a l’oppressione. Dobbiamo adottare nozioni matristiche di onore, basate sulla sostenibilità ecologica, sociale, culturale e biologica, sulla circolazione dei doni e sui principi egualitari volti a migliorare la vita delle culture matriarcali, nozioni da adattare ai diversi contesti culturali. Dobbiamo rispondere ai bisogni della Madre Terra.

Paola Melchiori (Italia)
È importante attualizzare le culture matriarcali, con l’intento di identificare quei loro aspetti che potrebbero esserci utili al presente, oggi e in questo mondo. Significa mettere al confronto i loro concetti e pratiche fondamentali con quelli del moderno femminismo, localizzando dove le idee sono compatibili o in conflitto, e sotto quali aspetti. L’unione e il confronto critico tra saperi e pratiche del femminismo, studi matriarcali e quelli delle donne indigene può essere di enorme aiuto per immaginare una nuova società. La particolare invisibilità di questi saperi e pratiche è pari all’importanza che hanno all’interno dei nuovi movimenti sociali, come social forum e movimenti indigeni.

Heide Goettner-Abendroth (Germania)
Nonostante tutte le avversioni per gli Studi Matriarcali moderni, non è più possibile ignorare le loro scoperte. Ci offrono una società ben equilibrata, egualitaria e in buona sostanza pacifica che può esistere facendo a meno delle invenzioni che distruggono la vita, come guerre di conquista e governi di dominatori. Ecco perché sono convinta che il matriarcato avrà successo nella lotta per un mondo più umano.

Il punto di vista delle donne che vivono nelle società patriarcali di tutto il mondo

Jeanne Johnson (U.S.A.)
Andiamocene dal patriarcato un passo alla volta! Ognuna è potente lì dove sta. Che ciascuna di noi  insegni a un’altra.

[Autrice ignota]
Possiamo creare dei circoli di donne. Vuole dire agire per dar vita a momenti d’incontro in tutto il vicinato. Scambiamoci i numeri di telefono così quando qualcuna vuole fare due passi con qualcun’altra, può chiamare. E mentre passeggiamo, possiamo parlare di matriarcato.

[Autrice ignota]
Insegnate alle ragazze che sono divine, continuate a dare altri modelli positivi di femminile.

Annette Kuhn (Germania)
Non credete a quello che c’è scritto nei libri di storia. Insegnate quello che sapete per esperienza diretta. Il matriarcato è la forza che tiene insieme tutte le cose. Se vincesse il patriarcato, scompariremmo. L’economia del dono è alla base di ciò che stiamo facendo. Io sto costruendo il Museo della storia delle donne.

Linda Chistiansen-Ruffman (Canada)
Iniziamo a ricostruire il movimento delle donne. Individuate le più macroscopiche testimonianze di patriarcato nelle vostre comunità e iniziate a contrastarle e accogliete la saggezza di tutti. Notizie, sapere e saggezza sono cose diverse, fate attenzione alla differenza. In Canada abbiamo cominciato a servirci del CEDAW.

Chiquie Estrada (U.S.A.)
Abbiamo una scuola elementare per insegnare ai bambini la responsabilità e l’ecologia. Si usa il metodo Montessori basato sull’amore materno, proprio come nell’economia del dono e proprio come nel matriarcato.

Sally Jaque (U.S.A.)
Vivete localmente, nelle vostre comunità. Fatevi conoscere in queste comunità in modo da poter fare a meno delle istituzioni preposte a sbarrarvi la via per aiutare chi è in una condizione di difficoltà. Incontratevi per elaborare le strategie necessarie per agire, perché questo sarà sempre più necessario adesso che Madre Natura ci parla.

Dona Enriquetas Contreras, Zapoteca (Messico)
Partorire. Ho assistito le nascite per 50 anni. Anche mia nonna era una levatrice e ha avuto ventidue figli. Ha vissuto fino a centoquindici anni e nessuno le ha insegnato a partorire. Parlava la sua lingua di origine. Ho sei bambini  e nessuno mi può dire come partorire. Decidiamo da noi senza essere lo strumento di nessuno. La scienza è una cosa, la coscienza un’altra.
La gente paga il dottore e così loro possono darti la malattia. Ci facciamo visitare e il dottore decide come dobbiamo partorire. Questa cosa viola una regola spirituale. Invito le giovani donne e le loro madri qui, per coinvolgerle nel compito da oggi in poi e iniziare l’insegnamento partendo dal nucleo delle nostre famiglie. Dobbiamo stare bene, sia fisicamente che spiritualmente, per potere offrire qualcosa agli altri. Abbiamo un cuore che batte e una luce divina e siamo connesse al frattale universale intero. Ecco perché ci chiamano “donne”. Questi valori sono così importanti che non si possono comprare in nessuno mercato statunitense. Se cerchiamo una cura per tutte le epidemie, allora dobbiamo lottare contro la peste che ci affligge.
L’importanza di questo incontro è che ognuna di noi, tutte noi ci facciamo tramite per le parole di tutte le donne qui presenti e, in questo modo, trasmettiamo un buon futuro. Possiamo iniziare così il nostro cambiamento. Nessun vicino può riparare ciò che ho di rotto in casa mia. È qualcosa che devo aggiustare io nella mia casa. Ogni interazione è sacra. Le donne sono dei giardini in fiore. Abbiamo bisogno del valore del rispetto.

Grazie a coloro che hanno sostenuto così generosamente entrambi i congressi sugli Studi matriarcali e a quelle che hanno fornito la ricerca di cui si sono avvalsi i congressi. Questi hanno avuto un grande successo. Le conseguenze a breve e lungo termine di questi straordinari eventi non si possono ancora prevedere.
Possa l’esempio delle società matriarcali mostrarci come lasciarci alle spalle il patriarcato e possano le donne ritornare alla guida di società di pace!