Aborigeni - Riconciliazione

"Ciò che mi augurerei è che si incoraggiassero tutti gli Australiani a capire le profonde emozioni che hanno caratterizzato alcuni dei dibattiti sulle problematiche delle generazioni rubate e sulla tematica della riconciliazione in generale" (Dal film Rabbit Proof Fence - Direttore Phil Noice).

Gli Aborigeni sono gente che è stata privata della loro terra e della loro cultura e stanno cercando di sopravvivere in una società che offre loro ben poche possibilità di integrazione. E credono che se ora sono in una così cattiva situazione è perché sono stati colonizzati ed è vero ma ora è troppo tardi per cambiare la situazione. Ed allora tutto quello che vogliono è di essere coinvolti nella politica di benessere dell’ambiente, vogliono poter dire la loro opinione e vorrebbero che fosse rispettata. Vorrebbero aver cura della loro terra ma questo desiderio cozza contro gli interessi economici basati sullo sfruttamento della terra.

È questo in sostanza il contenuto della seguente Dichiarazione sulla Riconciliazione, presentata dal Comitato Aborigeno per la Riconciliazione alla manifestazione culturale Corroboree 2000.

Dichiarazione Australiana per la Riconciliazione
Noi, gente dell’Australia, di molte origini come siamo, ci prendiamo l’impegno di procedere insieme in uno spirito di riconciliazione.

Noi valutiamo il comune status di Aborigeni e Torres Strait Islanders come di proprietari e custodi originari delle terre e delle acque.

Noi riconosciamo che questa terra e queste acque furono occupate come colonie senza patto né consenso.

Riaffermando i diritti umani di tutti gli Australiani, rispettiamo e riconosciamo continuità nelle nostre leggi tradizionali, credenze e tradizioni.

Tramite la comprensione della relazione spirituale fra la terra e la sua prima gente, condividiamo il nostro futuro e viviamo in pace.

La nostra nazione deve avere il coraggio della verità, per guarire le ferite del suo passato così che si possa procedere insieme serenamente

La riconciliazione deve vivere nei cuori e nelle menti di tutti gli Australiani. Molti passi sono stati fatti e molti passi rimangono da fare nel mentre che impariamo le nostre comuni storie.

Mentre percorriamo il viaggio di guarigione, una parte della nazione chiede scusa ed esprime il suo dolore e sincero dispiacere per le ingiustizie del passato, così che l’altra parte accetta le scuse e perdona.

Desideriamo un futuro nel quale tutti gli Australiani godano degli stessi diritti, accettino le loro responsabilità ed abbiano la possibilità di raggiungere il loro pieno potenziale.

E così, ci impegniamo per fermare l’ingiustizia, superare gli svantaggi sociali e rispettare il fatto che la gente Aborigena e Torres Strait ha il diritto di auto determinazione nel contesto della vita della nazione.

La nostra speranza è per un’Australia unita che rispetti la nostra terra; che riconosca il valore dell’eredità culturale Aborigena e Torres Strait e provveda giustizia ed equità per tutti.

Il dolore portato dalla colonizzazione è ancora vivo. Ed il risultato è violenza, suicidi, abuso di droghe e di alcolici. Per mantenere un controllo sulla situazione la polizia li arresta ed anche questo non risolve il problema: gli Aborigeni, che rappresentano solo il tre per cento della popolazione australiana, sono il sessanta percento degli ospiti delle prigioni. Ed una volta in carcere molti si suicidano, mentre altri vengono percossi a morte.

Gli Aborigeni credono che se ora sono in una così cattiva situazione è perché sono stati colonizzati ed è vero: la colonizzazione ha causato loro seri danni, che sono all'origine della forte disuguaglianza sociale che esiste fra nativi e nuovi australiani. E' per tentare di risolvere il problema che nel 1991 fu istituito dal governo in carica il Comitato Aborigeno per la Riconciliazione, autore della dichiarazione di cui sopra.

Il desiderio di riconciliazione è molto sentito dagli Aborigeni che lottano per riavere la loro terra ma non è altrettanto sentito da gran parte della popolazione australiana. Le autorità non si sentono responsabili della politica del passato e, come molti cittadini Australiani, tendono a credere che se gli Aborigeni vivono nella più completa indigenza è perché non si danno abbastanza da fare per uscirne.

Questo è ovviamente un giudizio affrettato, che non tiene conto del fatto che gli Aborigeni fanno fatica ad inserirsi nell'attuale contesto sociale australiano perché hanno ricevuto una scarsa educazione. Questa non è stata loro impartita perché non era ritenuta necessaria, dal momento che nelle Missioni e nelle fattorie di bestiame dove sono cresciuti venivano utilizzati solo per lavori di servitù e manovalanza. Erano questi i ruoli che si riteneva fossero loro adatti e non c'era bisogno di essere tanto istruiti per adempierli.

Durante la colonizzazione gli Aborigeni che non vennero uccisi furono radunati in Missioni o affidati alle fattorie di bestiame, dove nella maggior parte dei casi venivano maltrattati e malnutriti, talvolta violentati. Questo accadeva perché non tutte le Missioni avevano dei capi religiosi: alcune erano dei campi di prigionia gestiti da uomini violenti e talvolta alcolizzati, cosa che peggiorava di molto il loro temperamento. Per chi si ribellava alle angherie dei padroni c'erano queste Missioni - carcere.

Nel Queensland c'era la severa missione di Palm Island. Vi venivano destinate anche le donne indigene del Queensland che non volevano sottostare alle attenzioni particolari dei loro padroni. Venivano internate con la scusa che non erano adatte al lavoro richiestogli a causa del loro temperamento insieme ai loro figli, che così crescevano in un clima di severità, terrore e violenza, imposto loro dai loro "missionari carcerieri".

Coloro che crebbero in simili condizioni di terrorismo sociale divennero dei disadattati o degli alcolizzati e di conseguenza furono incapaci di educare serenamente i loro figli, cosa che ha ancora serie ripercussioni nelle comunità aborigene.

Anche quando le Missioni cessarono di esistere (1962-63) si continuò a prelevare i bambini indigeni e ad affidarli ad istituzioni religiose od orfanotrofi. Era questa la politica di assimilazione del governo statale e federale, messa in atto fin dai primi del novecento per forzare l'integrazione del Aborigeni nella società dei bianchi. Secondo le autorità del tempo questa politica di assimilazione fu messa in atto "per il loro bene" ma di fatto fu talmente cruenta che coloro che la subirono soffrono ancora dei gravi traumi causati loro. A questo proposito nel 1996 Kristen Garrett scrisse: "Almeno la metà degli Aborigeni che morirono in prigione (per suicidio o percossi a morte) e furono investigati dalla Commissione Reale sulla Morte dei Neri erano stati rimossi dalle loro famiglie da bambini...".

Di fatto la politica di assimilazione fu una politica criminale. Fra il 1910 e la fine degli anni Settanta oltre centomila bambini Aborigeni vennero strappati con la forza o sotto coercizione alle proprie famiglie dalla polizia o dagli assistenti sociali. Sono conosciuti come "Generazioni Rubate".

In un suo documento l'Eniar (European Network for Indigenous Australian Rights - www.eniar.org) espone i fatti relativi alle Generazioni Rubate:

"Molti vennero portati in Chiese o istituzioni statali (orfanotrofi). Alcuni vennero... (rubati) o adottati da famiglie bianche. Molti di loro subirono abusi fisici e sessuali. Il cibo e le condizioni di vita erano miseri. Non ricevettero un'istruzione scolastica adeguata e per loro si prospettò un futuro di bassa manovalanza come domestici e in fattorie.

Il motivo principale era quello dell'assimilazione dei bambini Aborigeni alla società nell'arco di una o due generazioni, negando o distruggendo la loro aboriginalità.

E così venne loro proibito di parlare le proprie lingue e celebrare le proprie cerimonie.

Furono portati lontano dalla propria terra, alcuni di loro oltremare.
Ai bambini venne detto che erano orfani.
Le visite delle famiglie erano scoraggiate o proibite, le lettere venivano distrutte.

I risultati dei danni fisici ed emozionali dei bambini strappati alle loro famiglie furono profondi e duraturi:

Molti crebbero in un ambiente ostile senza legami familiari o identità culturale.
Da adulti molti soffrivano di insicurezza, mancanza di autostima, sensazione di inutilità, depressione, suicidio, violenza, delinquenza, abuso di alcol e droghe ed incapacità ad avere fiducia.
A causa della mancanza di un modello parentale, molti hanno avuto difficoltà ad allevare i propri bambini.

L'impatto della separazione ha avuto anche profonde conseguenze per la comunità aborigena: rabbia, impotenza e assenza di obiettivi come anche profonda diffidenza verso il governo, la polizia e i funzionari.

Nel 1995 venne costituita una commissione d'indagine. Il suo rapporto, Bringing them Home (Riportandoli a Casa) del 1997 era crudo ed esplicito. Documentava come la sottrazione forzata dei bambini indigeni fosse una violazione dei diritti umani che continuò tranquillamente anche dopo che l'Australia aveva preso impegni internazionali a favore dei diritti umani. Fu discriminazione razziale ed un atto di genocidio contrario alla Convenzione sul Genocidio. Il Rapporto conteneva raccomandazioni per l'istituzione di registri, il rintracciamento delle famiglie e servizi di riunificazione familiare. Suggeriva inoltre la necessità di risarcimenti e le scuse ufficiali del governo e delle istituzioni coinvolte." (...)

I fondi sono stati stanziati e i registri sono stati istituiti ma le scuse non sono arrivate: nonostante il danno sia stato riconosciuto e condannato, il governo non si ritiene responsabile della politica razzista del passato, perché sono stati altri a compiere i crimini. E così il rancore non si placa.

L’evidenza di un bisogno di riconciliazione si manifesta maggiormente in occasione del National Sorry Day e dell'Australia Day.

L'Australia Day, che cade il 26 di Gennaio, è una festività nazionale in cui si celebra lo sbarco in Australia del capitano Cook e del suo seguito. E' un giorno di grande festa, di celebrazioni e concerti, perché gli Australiani sono contenti della loro bellissima terra. Questa festività è stata ribattezzata dagli Aborigeni "Invasion Day", ovvero il giorno dell'invasione, durante il quale, dicono, si celebra "l'assassinio e lo stupro della loro gente, nonché l'invasione e il furto della loro terra".

Il National Sorry Day, che cade il 26 di maggio, non è una festività nazionale ma una semplice ricorrenza simbolica: è il giorno in cui gli Aborigeni del Comitato Aborigeno per la Riconciliazione chiedono alle autorità governative in carica di chiedere scusa per i danni causati dal colonialismo. Questa richiesta suscita solitamente molte discussioni o addirittura diniego, con comprensibile rammarico degli Aborigeni e di molti cittadini Australiani. La motivazione ufficiale di questo diniego è che i discendenti dei coloni non sono responsabili degli eventi occorsi durante la colonizzazione e dunque non c'è bisogno di scuse.

Di fatto non viene chiesto alle autorità di sentire responsabilità per degli atti che non hanno compiuto ma piuttosto di mostrare di capire che gli Aborigeni hanno passato dei momenti molto dolorosi, di esprimere rammarico e di cercare insieme un rimedio. Le difficoltà che incontra questa richiesta di comprensione stupisce gli Aborigeni, che si domandano come mai i nostri governanti sono così insensibili, quando invece la capacità di comprendere è la dote del saggio governante.

Gli Aborigeni faticano non poco a capire il nostro sistema sociale, dal momento che il sistema sociale tribale è completamente diverso. Gli Aborigeni non hanno governanti, tutte le decisioni venivano e vengono prese durante i raduni e le persone che fanno da riferimento per tutti i membri della tribù sono semplicemente le più colte, ovvero le più evolute spiritualmente e psichicamente. Queste persone intelligenti e sensibili, scaltre ma eque, sono dei capi in virtù del loro potere spirituale.

I bianchi hanno altri valori: hanno bisogno di coordinazione politica per mantenere l'equilibrio sociale e di capi con una moderata fermezza nel governare. I nostri governanti sono persone con un forte ego, che vedono nel porgere delle scuse un atto di debolezza. E così non c'è da stupirsi se la richiesta di scuse del Comitato per la Riconciliazione viene diplomaticamente elusa.

E' comunque vero che i nuovi Australiani non possono cambiare gli eventi occorsi durante la colonizzazione. Ma intanto che costruiscono la nuova Australia potrebbero tenere in maggior considerazione gli Aborigeni, per esempio offrendo loro maggiori possibilità di avere degli alloggi vivibili. E' un dato di fatto che gli stanziamenti governativi per la costruzioni di alloggi e per lo sviluppo dell'occupazione dei nativi non sono sufficienti, perché si tende a privilegiare gli investimenti per lo sviluppo dell'industria.

E così in diverse comunità aborigene ci sono ancora famiglie numerose che vivono in piccole e fatiscenti case in lamiera, che hanno il cellophane al posto delle finestre e come pavimento la terra battuta e che non sono dotate né di elettricità né di acqua corrente, nemmeno per i servizi. Ed ovviamente i topi e gli scarafaggi la fanno da padrone.

I giovani che vivono in queste condizioni igienico sanitarie più che precarie vedono che i bianchi hanno invece a portata di mano tutto ciò che a loro viene negato e ne soffrono molto. E si chiedono per qual motivo coloro che hanno rubato la loro terra vivono agiatamente mentre a loro viene negato anche il minimo comfort. Ed ovviamente si sentono emarginati. Non c'è da stupirsi quindi se si danno all'alcolismo e alla delinquenza: sono gli unici modi che conoscono per affrontare il problema.

Sta di fatto che la colonizzazione ha portato danni gravissimi agli indigeni di tutto il mondo.

Il seguente resoconto, a cura di Robert Lawlor, è tratto dal suo libro "Voices on the First Day".

"Durante ogni colonizzazione gli umani che avevano perso la loro connessione spirituale con la terra e sottomesso le popolazioni native hanno rimosso un mondo spirituale ricco ed intenso, introducendo al suo posto una società competitiva nella quale gli indigeni, originari custodi della loro terra, occupano il miserabile ruolo di emarginati.

Di seguito un breve sommario di quanto la nostra civiltà ha portato ai popoli nativi:
1) Riduzione in schiavitù generalizzata, rimozione dei nativi dalle proprie terre, esproprio delle medesime e quasi totale genocidio culturale.

2) Distruzione delle abbondanti risorse naturali, fonti di cibo che assicuravano una dieta salutare e bilanciata e loro rimpiazzo con l’agricoltura, che sottrae la fertilità al terreno ed insufficiente nutrizione della vasta popolazione di nativi dipendenti, con conseguente malnutrizione (e malattie legate alla medesima).

3) Rimpiazzo di una società nella quale ogni individuo era rispettato ed aveva a sufficienza per vivere con un sistema sociale competitivo nel quale vige la legge del più forte con conseguente emarginazione del più debole.

4) La forma scritta e di linguaggio che propagano profondi malintesi della natura della realtà, permettendo falsificazioni, illusioni e vuote astrazioni, ha rimpiazzato una ricca tradizione orale che promuove un’espansione della memoria ed alti livelli di sottigliezza di linguaggio e di percezione.

5) Rimozione di vedute di un ricco ed intenso mondo spirituale metafisico, che integrava il metafisico ed il fisico e che imbeveva tutti gli stadi e forme di vita con il mistero e la dignità della creazione originaria e sua sostituzione con un codice di ipocrisia morale, simboli arbitrari e miracoli infantili, manipolati e ritorti per mantenere le masse in una delusione consensuale." (da:Voices of the First Day – Robert Lawlor - ed. Inner Tradition International).

Fortunatamente, grazie all’interazione con le popolazioni indigene, la nostra cultura sta cambiando, diventando più rispettosa per l’ambiente e più consapevole del prezioso ruolo di custodi della creazione che ci è stato affidato nel tempo dei tempi. E sarà forse così scongiurato il pericolo di autodistruzione della razza umana che è ora in opera a mezzo della distruzione delle risorse naturali.

Per facilitare il processo di riconciliazione è necessario innanzitutto comprendere il complesso rapporto degli Aborigeni con la terra.

Gli Aborigeni, come tutti i popoli indigeni, hanno un profondo rispetto per la terra, per l’ambiente. James Cowan, in “The Aborigine Tradition” scrive che l’Aborigeno “Vede la terra come un edificio metafisico. Ne capisce i ritmi spirituali. E si adatta alle sue transizioni cicliche. Non le chiede di più di quanto gli serve per vivere un modesto benessere. Ed allo stesso tempo rifiuta di sfruttarla al di là delle sue possibilità di rinnovamento. Resiste al desiderio di alterarla perché sa che se lo facesse interferirebbe con il suo karumba (essenza vitale) e con il Sognare che l’ha creata”.

D. Mowaljarlai, nel suo libro “Yorro Yorro, everything standing up alive”, spiega che l’Australia, Bandaiyan, è il corpo di un grande essere che vive e respira come noi. Dentro ad essa c’è Wunggudd, il Serpente Arcobaleno, che fa crescere tutta la natura sulla superficie esterna del suo corpo (la crosta terrestre). E specifica che il continente australiano giace sulla schiena come qualcuno che galleggia sull’acqua a pancia insù. La parte inferiore è le gambe, i lati sono la zona delle costole e nel mezzo c’è l’ombelico, che corrisponde a Uluru, Ayers Rock. Sotto l’ombelico c’è una sezione con organi riproduttivi femminili ed al fianco ce n’è una con organi maschili. La testa è la cima del continente, la zone che corrisponde all’Arnhem Land, mentre sotto il golfo di Carpentaria ci sono i polmoni.

L’Australia è dunque un corpo e più esattamente un corpo pieno di storie, di Sognare. Questi Sognare potrebbero essere rappresentati da cerchi e le linee che li congiungono sono le vie dei canti. Queste vie sono paragonabili alle vene del corpo umano, tanta è la loro importanza.

Gli Aborigeni non possiedono la terra, è la terra che li possiede, perché condividono con la terra il loro spirito.

Nella cultura aborigena ogni luogo ha un Sognare, una storia e tramite questa storia ogni Aborigeno è parte della terra, del luogo da cui proviene il suo spirito. E' per via di questo innato legame che si sentono parte della terra, o meglio sono la terra, si occupano di essa ed in cambio la terra condivide con loro il suo sapere. Il territorio è da loro visto come una sorta di libreria vivente i cui volumi, che vengono tramandati a voce di generazione in generazione, non possono essere letti ma devono essere percepiti. Questi volumi sono i Sognare degli Antenati Creatori, gli esseri che stabilirono la legge tribale, cioè la complessa relazione che intercorre fra tutti gli esseri viventi.

Dalle parole di Barbara Tjikatu, degli Anangu (tribù Pitjintjatjara e Yakuntjatjara):

“Tjukurpa narra del tempo della creazione e di come le cose fisiche vennero all’esistenza. Ed insegna anche come dovremmo comportarci gli uni verso gli altri e come e perché accadono le cose. Tjukurpa è molto complesso e sotto la nostra Legge solo alcuni dei suoi aspetti possono essere condivisi con i visitatori di Uluru – Kata Tjuta National Park.

Tjukurpa è la base della vita degli Anangu spiega la relazione fra gente, animali, piante e la terra. Racconta la creazione di tutte le creature viventi e del paesaggio. Tjukurpa insegna agli Anangu il modo giusto per relazionarsi gli uni con gli altri e con l’ambiente. Tjukurpa è Legge.
Tjukurpa insegna che all’inizio il mondo era piatto e senza forme. I Tjukuritja (Antenati Creatori) emersero da questo vuoto e viaggiarono ampiamente attraverso il territorio dando forma al paesaggio durante il loro cammino. Gli alberi, le montagne e tutte le creature viventi furono creati dai Tjukuritja durante questi viaggi e parte del loro spirito rimase in essi. Lo spirito dei Tjukuritja è nel paesaggio attraverso il quale passarono.
Gli Anangu sono i diretti discendenti degli Antenati Creatori Tjukuritja. Noi siamo legati al Tjukurpa del nostro luogo di nascita. Il luogo a cui apparteniamo è molto importante per gli Anangu, perché condividiamo con esso parte del nostro spirito.
Noi Anangu siamo responsabili della conduzione e cura del nostro territorio. Noi apprendiamo, tramite Tjukurpa, il modo giusto per occuparci della nostra terra e degli altri. Tramite Tjukurpa siamo connessi a molti altri luoghi oltre ad Uluru e Kata Tjuta. Il sapere viene tramandato di generazione in generazione tramite le storie, i canti, la danza e le cerimonie.
La responsabilità dell’insegnare particolari parti del Tjukurpa è affidata a gente specifica. Queste persone hanno la responsabilità di tramandare questo sapere nel modo corretto a gente appropriata. Questo assicura che nessun dettaglio dei viaggi ancestrali (degli Antenati) venga perduto. La responsabilità di tramandare queste storie è legata alle regole di appartenenza alla territorio. (…)
Il territorio che ci circonda è coperto da Iwara (vie) tracciate dagli Antenati Creatori durante i loro viaggi. Questa rete di vie lega Uluru e Kata Tjuta a molta altra gente e luoghi.” (The Oxford Companion to Aboriginal Art and Culture – Oxford University Press)

È per via di questo profondo legame con la terra che oggi gli Aborigeni chiedono di restituirgliela, o quantomeno di rispettarla nello stesso modo in cui la rispetterebbero loro. E chiedono anche al resto della popolazione australiana di riconoscere il loro diritto di originari custodi della terra, di riconoscere nella loro cultura un patrimonio comune il popolo Australiano e di offrire loro parità di condizioni di vita, creando opportunità di lavoro per aiutarli a superare le terribili condizioni di indigenza in cui si trovano. In cambio si impegnano a riconoscere la legittimità della cultura e del governo dei bianchi ed a perdonarli per aver invaso la loro terra senza chiedere alcun permesso, facendo dei suoi legittimi custodi e proprietari, gli Aborigeni, degli emarginati.

Assolvere a queste richieste non è compito facile per istituzioni, che devono fare i conti con i fondi disponibili per lo sviluppo economico del paese. Ma un modo per venire incontro agli Aborigeni e per aiutarli a ritrovare la loro cultura e dignità umana è già stato trovato. Consiste nel restituire loro la loro terra e nel permettergli di gestirla autonomamente, in accordo con le loro leggi tradizionali. Per questo esiste Native Title, o titolo nativo, che viene concesso a seguito di una domanda di restituzione del territorio, nota in inglese come Land Claim.

Come vedremo nel prossimo capitolo, dedicato per l'appunto a Land Claims e Native Title , il Native Title può essere richiesto da quegli Aborigeni che hanno mantenuto la loro cultura tradizionale e una connessione continuata con le loro terre e le loro acque e riguarda i territori non occupati e non soggetti allo sfruttamento minerario, pastorale o edilizio. Se la domanda viene accettata, il territorio soggetto a Native Title viene affidato in gestione ai nativi. Ma nel caso che venissero a coesistere interessi nazionali perderebbero ancora una volta la loro terra e vedrebbero ancora una volta i loro Sognare ed i loro diritti svanire nel nulla...

Yothu Yindi - Treaty
Well I heard it on the radio
And I saw it on the television
Back in 1988
All those talking politicians
Words are easy, words are cheap
Much cheaper than our priceless land
But promises can disappear
Just like writing in the sand

Treaty Yeh Treaty Now
Treaty Yeh Treaty Now

Nhima Djatpangarri nhima walangwalang -
Nhe Djatpayatpa nhima gaya nhe-
Matjini.... Yakarray - nhe Djat'pa nhe walang - Gumurrtijararrk Gutjuk -

This land was never given up
This land was never bought and sold
The planting of the Union Jack
Never changed our law at all

Now two rivers run their course
Separated for so long
I'm dreaming of a brighter day
When the waters will be one

Treaty Yeh Treaty Now Treaty Yeh Treaty Now
Treaty Yeh Treaty Now Treaty Yeh Traty Now

Nhima djatpa nhe walang
gumurrtjararrk yawirriny Nhe gaya nhe matjini
Gaya nhe matjini Gaya gaya nhe gaya nhe
Matjini walangwalang Nhema djatpa nhe walang - Nhe gumurrtjarrk nhe ya-

Promises - Disappear - Priceless land - Destiny -

Well I heard it on the Radio - And I saw it on the Television
But promises can be broken Just like writing in the sand

Treaty Yeh
Treaty Now ...


Yothu Yindi - Treaty - Trattato -
Bene, l'ho sentito alla radio
E l'ho visto in televisione
Nel 1988
Tutti quei politici che parlavano
Le parole sono facili, le parole sono economiche
Più economiche che la nostra terra senza prezzo
Ma le promesse possono svanire
Proprio come scritte nella sabbia

Trattato sì trattato ora
Trattato sì trattato ora

Questa terra non è mai stata abbandonata
Questa terra non è mai stata
acquistata o venduta
Il piantarvi la bandiera Britannica
Non ha mai cambiato la nostra legge

Ora due fiumi congiungono i loro corsi
Separati da tanto tempo
Sto sognando un giorno migliore
in cui le acque saranno unite

Trattato sì trattato ora
Trattato sì trattato ora

Promesse - svaniscono -
Terra senza prezzo - destino -

Bene, l'ho sentito alla radio
E l'ho visto in televisione
Ma le promesse possono svanire proprio come scritte nella sabbia

Trattato sì
Trattato ora...


La storia dietro a "Treaty"
“Treaty” fu composta dagli Yothu Yindi in collaborazione con Paul Kelly e Midnight Oil per protestare contro il fallimento del Governo Australiano nell’onorare la promessa del Primo Ministro fatta agli Indigeni Australiani durante il Festival di Barunga.

La dichiarazione di Barunga invitava il Governo Australiano a riconoscere i diritti dei proprietari tradizionali dei territori tribali ed a formalizzare un Trattato con loro.

Il Primo ministro Hawke promise che il suo governo sarebbe entrato in un trattato con gli Indigeni Australiani entro il 1990. Ma la promessa non fu mai mantenuta...

Documento
I seguenti brani sono stati estratti dal libro "Blood on the Wattle" di Bruce Elder:
1) Un'esperienza scolastica infelice

Leonie Simpson è nata nel 1956. Il suo racconto mostra come il razzismo sia inculcato nei bambini bianchi fin dalla più giovane età. Racconto del 1979.

"Era pazzesco. Ci tiravano i capelli e ci tiravano pietre Le bambine bianche ci chiamavano negre e così via e quando ti prendevano di mira era colpa tua e finivi nell'ufficio del preside. Le bambine bianche non venivano mai sgridate.

A causa di questi comportamenti dei bambini bianchi sono stata minacciata. Andavano a chiamare la polizia perché mi battevo sempre e dicevo parolacce e così via e tiravo sassi ai ragazzi e li picchiavo ed ero io che finivo sempre per essere sgridata. Ma non potevano vedere che venivo ferita dalle loro parole quando mi chiamavano "puzzolente" e "zoticona". Non mi piacciono quei nomi. Conoscevano tutti il mio nome, avrebbero dovuto usare quello. Non sono un pezzo di sporcizia."

2) Più diritti per gli Aborigeni?

Nel 1986 Sir Joh Bjelke-Petersen, governatore del Queensland disse: "Più diritti per gli aborigeni? Bene, io penso che chiunque, non tutti ma la gente in alte posizioni, sia diventata matta. Sostengo sempre che se un aborigeno mostrasse loro l'alluce nudo lo leccherebbero. e potete scriverlo se volete"..

3) Non potrebbe essere più chiaro

Dal Film di Mick Miller "Couldn't be Fairer (Non potrebbe essere più chiaro) TV ABC, 1987:

"Mi buttarono a terra... mi presero per il collo e mi buttarono a terra... e mentre ero a terra mi calciarono proprio qui... è così che mi hanno spaccato la lingua. Nessun bianco veniva incarcerato qui... sono tutti neri. Possiamo stare seduti qui o là, talvolta un pò ubriachi e comunque ci rinchiudono. Ma i bianchi possono essere ubriachi pure alla guida. Anche Chook Henry è stato pestato dalla polizia . L'hanno picchiato è quando è finito a terra gli hanno pisciato addosso... Gli pisciavano addosso... non sono il primo che si è fatto picchiare dalla polizia qui.

4) Una condizione di vendita

Il Commissario della Colonizzazione che vagliò, scavò e vendette larghi tratti del South Australia negli anni intorno al 1830 creò una condizione di vendita secondo la quale il 20 percento di tutta la terra acquistata doveva essere eventualmente restituita agli Aborigeni "un uno stato di sviluppo". Questa condizione di vendita è stata molto convenientemente dimenticata...